SHALOM
mensile ebraico d'informazione e cultura
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Ogni festa aveva il suo minhag PDF Print E-mail
Written by JOELLE SARA HABIB   
Sunday, 28 May 2017
L’intero calendario ebraico era caratterizzato da molti usi e tradizioni che anticipavano o accompagnavano tutte le festività religiose, allegre o tristi. Lo racconta Pino Arbib

Sono molte le usanze tripoline legate alle feste, a cominciare dall’inizio dell’anno, con le selichot, che si svolgevano durante la notte da un mese prima di Rosh hashanà. “A Tripoli erano molto sentite, e tutti vi partecipavano, o almeno contribuivano in qualche modo, ad esempio portando caffé, o biscotti. D’altronde era impossibile perderle, c’era sempre qualcuno incaricato di girare per le case a svegliare e chiamare”, racconta Pino Arbib, responsabile all’interno dell’Ufficio rabbinico delle attività cultuali e kasherut. “Era surreale – ricorda - andare la notte a piedi attraversando la città semideserta per arrivare al Sal ekbira - il tempio maggiore”. A Rosh hashanà il tashlich si eseguiva sul lungomare, e tutti andavano al tempio - indossando vestiti nuovi, e i bambini, rispettando la tradizione, muniti di caramelle e datteri. Durante i dieci giorni tra il Capodanno e Kippur, particolare cura era dedicata alle kapparot: “il capofamiglia comprava polli bianchi per gli uomini e galline bianche per le donne; si tenevano in casa per qualche giorno, ed era poi lo shochet stesso a passare per macellarle. Attuata la cerimonia i polli venivano dati agli indigenti, e qualcuno mangiato al grande pranzo del giorno della vigilia, insieme ai cibi particolari serviti solo in questa occasione, come il cus-cus con ceci e melograno”. Era usanza la sera prima di Kippur anche fare una grande festa, che durava fino all’alba per andare poi tutti insieme alle selichot, mentre il giorno stesso si passava prevalentemente al tempio, alla presenza di grandi e piccoli, religiosi e non, raggiungendo l’apice del sentimento con i coinvolgenti piutim di Neilà. Solo il capofamiglia accendeva la hannukià durante la festa delle luci, ed erano frequenti le recite dei bambini organizzate dai Talmud Torà. “Purim era tutta una gioia di dolci. Per questa occasione le due pasticcerie che si facevano concorrenza preparavano dei blocchi enormi di un impasto simile torrone, ma di vari colori, e di solito se ne comprava un assortimento”. Per questa festa grandi e bambini costruivano i loro rashanim fatti a ventaglio, e molto competitiva era la gara tra i vari templi per chi facesse la raganella più bella e grande, con quella del sal ekbira addirittura “impossibile da tenere in mano”. Le famiglie si riunivano e l’ospitalità era la regola la sera del seder di Pesach, che, recitato in ebraico e poi tradotto e commentato in arabo, durava fino a notte inoltrata. ‘A che ora avete finito ieri sera’ era la prima domanda che ci si sentiva rivolgere l’indomani al tempio, ricorda Arbib, e le matzot venivano cotte di giorno in giorno - negli ultimi anni in aggiunta a quelle comprate prima della festa dalla Francia - attaccando l’impasto tipo pita sulla parete del particolare forno, “simile a un bidone all’interno del quale veniva acceso un fuoco”, che la maggior parte delle famiglie aveva in casa. Dopo l’uscita del moed, l’atmosfera festiva continuava ancora per un’altra sera, con la mimuna, quando una pagnotta con un uovo dentro veniva mangiata da ogni componente, per ricordare la dipartita di Rabbì Moshè ben Maimon, secondo una tradizione avvenuta durante Pesach. A Shavuot caratterizzante era il tikkun della prima notte, “andavamo la sera portandoci dietro il caffè per tutto il tempio”, e c’era l’usanza di fare dei biscotti o roschette dolci di varie forme correlate alla festa, come ad esempio a forma di tavole della legge, scala (di Giacobbe), Magen David, 12 quadratini/palline (come le tribù) e tante altre. Di questi biscotti si faceva una collana per ogni bambino, che era così incuriosito dai simboli che ancora non conosceva, e portato a chiedere spiegazioni”. Grande attenzione era d’altronde dedicata ai più piccoli in tutte le festività, e simpatiche iniziative erano messe in atto per farli interessare. Le sukkot in ogni casa – alle quali si iniziava a lavorare appena terminato Kippur - erano talvolta due, la regolare, e ‘quella dei piccoli’, a misura di bambino; e durante l’ultimo giorno di Pesach, “si svolgeva ‘il pranzo dei bambini’, nel quale essi cucinavano insieme a genitori utilizzando piccoli tegami, e preparando pietanze, tutte in piccolo a dimensione bambino”. Per quanto riguarda le feste ‘minori’, prettamente simbolico era Tubishvat, quando non si faceva un vero e proprio seder ma una carrellata di tantissimi frutti; mentre molto sentite erano la Birchat ailanot - “con l’intera famiglia in ghingheri che si recava a recitarla in campagna”; Pesach Shenì - anche hillula - anniversario di morte di Rabbì Meir Baal Hanes, per cui si accendevano lumi; e Lag baomer, quando si andava a festeggiare al tempio di Djerba e si portava avanti un rituale per le donne che ancora non avevano figli. Rosh chodesh kislev era tradizionalmente la festa delle donne, ed un altro capomese particolare era quello di Nissan, quando, ricordando l’inaugurazione del Mishkan, iniziata in questa data, si celebra la ‘sera della Bsisa’, nella quale un particolare impasto - che simboleggia le fondamenta e dà il nome alla cerimonia, da ‘basis’ - base - viene girato con le chiavi di casa in segno di buon augurio. Nel composto - formato da vari tipi di cereali tostati e macinati, zucchero, ed eventualmente confetti e datteri - vengono inoltre solitamente introdotte fede e gioielli, e la cerimonia è stata simbolicamente allargata alla vigilia degli eventi che rappresentano la base della vita famigliare, come matrimoni e nascite.

JOELLE SARA HABIB

 
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