SHALOM
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Quando Ibrahim costrinse Avraham all’esilio PDF Print E-mail
Written by PIERO DI NEPI   
Sunday, 28 May 2017
Con la cacciata degli ebrei il nazionalismo arabo si è condannato a un destino di intolleranza permanente

Damasco, 5 febbraio 1840: il Superiore del convento francescano e il suo domestico scompaiono. Sulla fiorente comunità ebraica della città si abbatte l’accusa di omicidio rituale. Del tutto estranea, peraltro, alla periodica intolleranza antigiudaica dell’Islam caratterizzata da altre forme e altre radici. L’accusa del sangue l’avevano portata in Siria, purtroppo, gli occidentali. Tredici maggiorenti ebrei vengono arrestati, tre muoiono sotto tortura, uno si converte all’Islam. Le autorità imperiali turche lasciano fare, bisogna dare qualcuno in pasto alla violenza che già cova sotto il nascente nazionalismo arabo e lo segnerà per i successivi 170 anni, fino a noi. Le potenze europee intervengono. Il caso si risolve, i superstiti vengono liberati e riabilitati. L’Impero Ottomano è già “il grande malato” destinato a dissolversi sotto i colpi di Lawrence d’Arabia e del patto Sykes-Picot. Nulla è fuorviante in materia quanto l’attuale dibattito sul Corano e sulla vita stessa del Profeta. Anche le vicende legate ai rapporti dell’Islam delle origini con le tribù ebraiche della Penisola Arabica vengono sottoposte a interpretazioni di parte condizionate dall’attualità. Senza sfumature, tutto bianco o tutto nero. I testi sacri delle grandi religioni contengono passi in apparenza contraddittori, e l’analisi è soggetta alle più diverse correnti di pensiero. Se il testo è anche fonte di diritto, la legislazione e l’applicazione giurisprudenziale di essa risultano ovviamente legate alle concrete condizioni storiche. Nel secolo passato il nazionalismo arabo fu incoraggiato dalla Germania hitleriana in funzione antibritannica. Durante il mezzo secolo della guerra fredda l’Unione Sovietica decise di alimentarlo in modo assolutamente dissennato. In tale contesto la nakba degli ebrei, dalla Libia all’Irak passando per l’Egitto e per la Siria, cominciò molto presto. Cominciò con i massacri del 1945, a guerra già conclusa in Europa. Con la parola “nakba” (catastrofe, distruzione) gli arabi palestinesi definiscono l’indipendenza dello Stato di Israele proclamata nel 1948. Ma la nakba degli ebrei nelle terre arabe aveva avuto inizio tre anni prima e certo non fu determinata dalla spartizione del mandato britannico votata all’ONU il 29 novembre del 1947. Una nakba che non si fermò fino a quando 850.000 ebrei non furono espulsi, spogliati di tutto. Costretti a fuggire in circostanze terribili, incalzati dai pogrom. Neppure la Russia degli Zar aveva assistito alle persecuzioni antiebraiche con l’impassibilità che invece contraddistinse le borghesie arabe. Nazisti e fascisti, oltre naturalmente ai francesi di Vichy, avevano seminato molto bene immediatamente prima della Seconda guerra mondiale, e poi nel corso delle campagne di Graziani e di Rommel sulle coste nordafricane tra l’estate del 1940 e la primavera del 1943. Ma l’odio antiebraico mai aveva caratterizzato le società islamiche in qualità di elemento strutturale e fattore identitario per contrapposizione. Sicuramente l’Islam non aveva creato per gli ebrei il paradiso che qualche storico ha voluto raccontare. Non fu neppure l’inferno che le società organizzate d’Europa - le grandi monarchie cristiane d’Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo - scatenavano periodicamente contro le comunità ebraiche. Solo con i fermenti di libertà dell’ultimo Seicento l’Europa protestante avviò un dibattito sulla condizione degli ebrei, che gradualmente si estese ai paesi cattolici e all’impero asburgico, cerniera decisiva tra Roma e i luterani, in attrito permanente con il Turco. Che i propri ebrei li proteggeva, e molto bene. Anche se, come tutti i regnanti, il Sultano di Istanbul ogni tanto scaricava su di loro le tensioni interne. Gli ebrei in fuga dalla Spagna dei Re Cattolici preferivano gli Ottomani, quando in Italia i profughi ebrei potevano finire bruciati sul rogo come i marrani di Ancona. Roma era ridotta a un borgo di 15.000 abitanti, al tempo di Carlo Magno, mentre nella cosmopolita Baghdad si poteva leggere e commentare liberamente il Talmud Babilonese sotto il forte governo di Harun al-Rashid (766-809, e il nome vale Aron il Giusto). Jehuda Ha-Levi completò in arabo il suo Kuzarì (1140), mentre Rambam Maimonide dovette abbandonare Cordova quando gli Almohadi introdussero proprio in Al-Andalus l’Islam dei fondamentalisti, come oggi si direbbe, precursore di Isis-Daesh. Rambam non fuggì verso Roma, era il 1148, e neppure a Parigi o Bologna, bensì prima a Fez e poi al Cairo. Per la storia degli ebrei nel mondo islamico sono stati versati torrenti d’inchiostro, e molti ne scorrono tuttora. Inquinati, come è naturale e inevitabile, da innumerevoli dibattiti sul conflitto arabo-israeliano, sulla difficile coabitazione dello Stato di Israele con i Palestinesi e sui conflitti fratricidi tra Gaza e Ramallah, sul terrorismo islamista, sull’emigrazione di milioni di musulmani in Europa. Parlare di ebrei nel mondo islamico è materia da specialisti, materia che non si piega alle semplificazioni giornalistiche e neppure alla divulgazione degli instant-books. La maggioranza del mondo islamico oggi nulla ha in comune con i paesi arabi, se non la fede. E anche questa segnata dalla spietata rivalità che contrappone sunniti e sciiti. Sono oggi soltanto quattro i paesi islamici che conservano minoranze ebraiche autoctone: la Repubblica di Turchia (18.000), la Repubblica Islamica dell’Iran (10.000), il Regno del Marocco (6.500) e la Repubblica Tunisina (1.500). Inutile addentrarsi nell’analisi di paradossi e situazioni molto particolari. Chi vuole può emigrare, anche dall’Iran. In Marocco il Re Mohammed VI, che vanta nella propria dinastia alawide una discendenza diretta da Maometto, fa delle garanzie offerte agli ebrei un pilastro della politica interna e internazionale. Naturalmente nel 2001 ha interrotto i rapporti diplomatici con Israele, avviati dopo gli accordi di Oslo, in segno di appoggio alla cosiddetta seconda intifada in Giudea e Samaria. Tuttavia le periodiche visite del sovrano presso istituzioni e sinagoghe lasciano forse intendere che una lettura corretta del Corano deve garantire agli ebrei tutti i privilegi riservati al popolo del Libro (la Torà) e non la condizione giuridicamente discriminatoria del dhimmi (letteralmente “persona protetta”, suddito non musulmano). Bisogna infine notare che la Turchia di Erdogan si è oggi trasformata in baluardo dell’Islam sunnita, mentre gli ayatollah di Teheran alimentano il risentimento sciita contro le maggioranze ortodosse che fanno oggi capo alla monarchia di Riyad. Ed è un risentimento vecchio di 1.400 anni, caratterizzato dalla più sanguinosa e reciproca intolleranza.

PIERO DI NEPI

 
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