SHALOM
mensile ebraico d'informazione e cultura
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Libia 5 giugno 1967: č caccia all’ebreo al grido di “Idbah al Yahud” PDF Print E-mail
Written by RAPHAEL (FAELINO) LUZON   
Sunday, 28 May 2017
Cinquanta anni fa il pogrom che segnò la fine della vita ebraica a Tripoli e Bengasi. Nel ricordo di chi non riuscì a fuggire come le famiglie Luzon e Raccah che furono massacrate

“Idbah al Yahud” (sgozza gli Ebrei)! Con questo grido da far gelare il sangue migliaia di persone che brandivano asce, torce, coltelli e tutta una serie di armi improprie, invadeva Shara Omar El Muchtar, la via principale del quartiere della città vecchia dove abitava la maggior parte degli ebrei a Bengasi invadendo anche la piccola Shara Mbarak El Sherif dove abitavo. Un quartiere con palazzi di primo Novecento edificati dagli Italiani e dove si ergeva il bel palazzo del Municipio nella Maydan El Baladya (appunto Piazza del Municipio). I manifestanti, lanciando slogan antiebraici, cominciarono ad appiccare il fuoco ai magazzini di mio padre colmi di medicinali, prodotti di cosmetica e profumi, sia sulla via principale dove c’erano diversi negozi di ebrei compreso l’ufficio di mio padre e sia nella via della nostra abitazione dove c’erano i depositi di medicinali della mia famiglia e quello di profumi della famiglia Zarrugh. Uno dei magazzini si trovava proprio sotto casa nostra. Dalle porte e finestre sprangate penetrò un acre fumo nero. A casa c’era tutta la mia famiglia: i miei genitori e le mie due sorelle, mia zia e la figlia, lo scaccino Hammus ed i figlioletti ed un lontano parente rifugiatosi da noi. Era l’ora di pranzo ed eravamo appena tornati, sfuggiti alla folla inferocita. Temendo di morire soffocati, dal momento che il fumo tende ad andare verso l’alto, mio padre urlò di stenderci sul pavimento nella speranza che vi fosse qualcuno che ci avrebbe salvati da morte sicura. Udimmo una serie di esplosioni giungere anche dai magazzini di Zarrugh mentre, sotto casa, la via era piena all’inverosimile di una massa urlante ed armata. Vi fu anche chi assalì la Sinagoga per incendiarla. Per la storia è importante ricordare che vi furono persone che costituirono un esempio di libici buoni, fra cui soprattutto Haj Mohammad Ali Alsabri, un notabile libico, nostro vicino. Prima ancora che giungesse la polizia, cominciò a respingere le persone di fronte alla Sinagoga (Sla el Kbira), gridando con tutto il fiato che aveva in corpo e vietando loro, grazie alla sua alta carica sociale, di incendiare quel luogo, destinato al culto di Dio… Era il 5 Giugno 1967… Come si arrivò a tutto questo? Già da un paio di anni c’era tensione, sfociata in una serie di manifestazioni antiebraiche di studenti universitari del movimento nasseriano, che diedero origine a scontri con la polizia, di fronte all’Università di Bengasi. Due mesi prima c’era stata l’espulsione del contingente dell’Onu che divideva Israeliani ed Egiziani alla frontiera con conseguente chiusura dello stretto di Tiran per cercare di strangolare l’economia israeliana. Atto considerato come un casus belli da Israele che viveva quei giorni con un senso di pre-annientamento circondato da armate arabe che ogni giorno dichiaravano la loro intenzione di distruggerlo. Noi vivevamo nel terrore dopo circa 19 anni di relativa tranquillità e benessere grazie anche al boom economico avuto in Libia per la scoperta di ingenti quantità di petrolio. Quando ci si incontrava alla Sinagoga situata in Shara El Sabri (dietro casa nostra) era un continuo scambiarci opinioni ed angosce, ma nessuno sapeva cosa esattamente fare. I Rabbini cercavano di tranquillizzarci ed avere fede in D-o mentre gli adulti si interrogavano: partire? rimanere? Ciascuno citava “amici influenti” che rassicuravano... Tutti erano abbastanza legati al loro business e, come succede spesso agli ebrei, pochi o nessuno avevano annusato il pericolo e preso la decisione di scappare prima della tempesta. L’inizio dei disordini, un vero e proprio pogrom, è stato addebitato allo scoppio della “Guerra dei sei giorni” la stessa mattina. Posso garantire che almeno tre mesi prima aleggiavano su tutta la Libia voci e sussurri che preannunciavano un “qualcosa” contro gli ebrei. Dal barbiere al farmacista dove ci servivamo tutti continuavano a dircelo a mezza bocca: “Sta per arrivare la vostra ora... fra un po’ ammazzeranno tutti gli ebrei...”. Il giorno antecedente al 5 giugno i nostri dipendenti e la donna che accudiva la casa, ci hanno annunciato che non sarebbero venuti il giorno dopo. Alcuni di loro erano in lacrime come presagendo (o sapevano?) che non ci avrebbero più rivisti. Quindi il pogrom era stato programmato prima e lo scoppio della guerra fu solo un alibi. Il 5 giugno era il primo giorno degli esami finali nella nostra scuola media ‘Giovanni XXIII’ situata nei locali della Cattedrale che si trovava al centro di Bengasi gestita dai padri Francescani. Avevo 13 anni e quel giorno ero a scuola nel mezzo dell’esame di terza media, quando Padre Anselmo, un italiano direttore della scuola, entrò in classe, pallido, visibilmente nel panico. Sentimmo il tumulto di voci per le strade che urlavano di massacrare gli ebrei. Egli disse agli alunni ebrei di scendere con lui nell’ufficio del direttore. Capimmo che stava succedendo qualcosa di strano. Nell’ufficio in cui campeggiava un grande crocifisso, arredato con mobili antichi, egli ci raccontò che era scoppiata la guerra tra gli arabi e lo Stato d’Israele, e che in Libia erano in atto violente dimostrazioni contro Israele e contro gli ebrei locali. Lo ascoltammo attoniti e imbarazzati, dopo tutto la guerra non era in Libia, perché allora si verificavano tali fatti da noi? Che colpa ne avevamo? Tra di noi alunni passò come una scossa e tutti chiedevano a tutti: “Come torneremo a casa? Che ci faranno? Cosa starà succedendo alle nostre famiglie?”. Padre Anselmo si mise subito in comunicazione con i genitori di cui aveva il numero di telefono, per farli venire e portarci a casa, e proteggerci da qualunque attacco. Alcuni religiosi li aiutarono, portando a casa in salvo i bambini che nessuno dei familiari era venuto a prendere, ma nessuno portò via né me né mia sorella Betty perché, cercando mio padre al negozio, non avevano ottenuto risposta. Invece di aspettare il ritorno di alcuni preti, preferimmo tornare con qualcun’altro. Mio padre, assalito nel negozio, era fuggito lui stesso rifugiandosi in casa. Noi eravamo terrorizzati e, allo stesso tempo, incuriositi da tutto quel caos intorno a noi. Gruppi di persone che correvano in tutte le direzioni gridando slogan contro Israele. Dappertutto le voci delle radio ad altissimo volume che declamavano vittorie improbabili dove il numero degli aerei “sionisti” abbattuti aumentava di minuto in minuto. Vedemmo bruciare tutti i negozi i cui proprietari appartenevano alla nostra comunità: il 99% dei negozi venne bruciato. Dopo alcune ore di disordini, la polizia e unità dell’esercito raccolsero tutti gli ebrei di Bengasi (230) per portarli in un luogo sicuro. Fummo alloggiati temporaneamente presso la centrale di polizia. Il comportamento nei nostri confronti fu buono e gentile, ci servirono tè e caffè. Ma poi giunse nuovamente il vocìo dei manifestanti. Dapprima lontano, poi sempre più vicino. La nostra paura crebbe ancor più di quella che avevamo provato a casa quando ci accorgemmo quanto fossero impauriti gli stessi ufficiali e i poliziotti, nonostante avessero armi e mezzi di protezione. La folla era sempre più incontenibile, armata di pietre, asce ed armi bianche, e la polizia era in tensione per via dell’ordine di non aprire il fuoco. Gli ufficiali ci ordinarono di salire nuovamente sui camion e ci evacuarono velocemente. Sui camion tutti erano sotto shock. I pochi che parlavano, sussurravano tra di loro scambiandosi i primi racconti delle scene tragiche a cui ciascuno aveva assistito qualche ora prima. Ci trasportarono in una base militare fuori città, “Remy”, dove arrivammo dopo circa un’ora di viaggio, dicendoci che il luogo era più sicuro. Era un campo militare con diversi baracconi, a mo’ di padiglioni. Ci portarono letti e brandine da campo, e nonostante non avessimo mangiato tutto il giorno, ci servirono solo tè, caffè e latte. Si giustificarono dicendo che erano troppo occupati a disperdere i manifestanti, e promisero che l’indomani ci avrebbero fornito del cibo. Dopo ventidue, ventitré giorni di campo, per così dire, di raccolta, arrivarono alti ufficiali dell’esercito, facendoci presente che chiunque avesse voluto tornare in città, avrebbe potuto farlo, ma a proprio rischio e pericolo, poiché l’esercito non ci avrebbe più difeso, e inducendoci a lasciare il paese con il permesso di portare una sola valigia e venti sterline. A Roma venimmo accolti da organizzazioni internazionali ebraiche come la JOINT, HIAS, da giovani volontari libici, giunti prima di noi, che si erano assunti il compito di accoglierci e da membri della comunità ebraica romana, e venimmo portati tutti in due grossi campi profughi, uno a Latina, e uno a Capua, vicino a Napoli. Ci svegliammo in questo campo di Capua, che conteneva altri profughi di paesi dell’est europeo. Debbo dire che era di molto peggiore e più mal organizzato di quello libico. Anzitutto era molto sporco: vi era una marea di insetti, di mosche e di scarafaggi, ed io, che sono sempre stato schizzinoso, per quattordici giorni mangiai poco o niente, nutrendomi solo di un po’ di frutta, calando di molti chili, a tal punto che i miei genitori anticiparono l’uscita dal campo proprio perché io non riuscivo a mangiare niente, tutto mi faceva schifo. Il contributo dell’ebraismo libico a quello italiano, una volta inserito nel mondo ebraico italiano, si concretizzò soprattutto nella nascita di istituzioni religiose. Quando gli ebrei chiamati tripolini, ma che di fatto erano libici di Tripoli e di Bengasi, arrivarono a Roma c’era solo un macellaio kasher. Con l’arrivo degli ebrei libici, le macellerie kasher divennero sei o sette, e i negozi che vendevano prodotti alimentari kasher si svilupparono come funghi, e tutta la comunità ebraica romana ebbe un grande vantaggio da questa iniezione di un ebraismo ancora saldamente attaccato alle tradizioni religiose. Moltissimi ebrei libici vennero eletti nelle varie organizzazioni ebraiche, e si resero molto attivi. Il fatto favorì naturalmente l’integrazione. Si celebrarono i primi matrimoni “misti” tra ebrei romani ed ebrei libici, ed un po` alla volta le due comunità giunsero ad un modus vivendi abbastanza armonioso. La comunità libica si organizzò quasi subito, affittando un appartamento e adibendolo a sinagoga, la quale continuò a funzionare in tal modo per parecchi anni, fino al 1985-1986, quando finalmente gli ebrei libici, con il contributo della Comunità Ebraica di Roma, acquistarono un ex cinema adibendolo a grande sinagoga, per far fronte a tutte le necessità. Infatti, l’appartamento adibito a sinagoga poteva anche andar bene per tutto l’anno, ma quando arrivavano le festività era insufficiente, e si doveva sempre affittare un cinema o un teatro o la palestra di una scuola. Questa vita del tempio costituiva ovviamente tutto un universo di personaggi tipici, come possiamo trovare anche in qualunque sinagoga, tipico di una certa comunità e di un certo modo di vivere e di agire. Nel frattempo, appena arrivati a Roma, ci aveva colpito la terribile notizia che uno zio, fratello di mio padre, la moglie e i loro sette figli maschi, erano dati per dispersi. Si seppe, successivamente, che erano stati prelevati da un ufficiale dell’esercito libico, la sera del 7 giugno 1967, che fra l’altro era il giorno della liberazione di Gerusalemme, e da allora erano scomparse le loro tracce. Nel corso dei primi tre o quattro anni della nostra permanenza a Roma, mio padre dedicò ogni ora del suo tempo per cercare di arrivare a capo di questa matassa. Contattava quotidianamente l’ambasciata libica, bombardò di lettere tutte le maggiori organizzazioni internazionali, dall’Onu alla Croce Rossa, all’Associazione per i Diritti dell’Uomo, all’Amnesty International, ad ambasciatori, a Capi di Stato, e la parola che tutti ripetevano era “dispersi”. Poi, purtroppo, dopo tre o quattro anni, testimoni vari decisero di svelare il segreto. Essi rivelarono che la famiglia di mio zio, Shalom Luzon, con la moglie e i sette figli, nove membri, oltre ad un’altra famiglia di ebrei tripolini, la famiglia Raccah, altre cinque persone, quindi quattordici persone in tutto, vennero prelevate da questo ufficiale libico, El Gritli, portate fuori Tripoli, e dopo varie violenze, vennero trucidati. Resta il dato di fatto di questa grande tragedia, la perdita di due intere famiglie. Di conseguenza mio padre ebbe sempre il timore di recarsi in Libia per liquidare la sua proprietà, come hanno fatto altri, ed è uno dei pochissimi che non hanno mai liquidato niente. Siamo tutt’oggi in possesso di una documentazione attestante la proprietà di un’enorme quantità di denaro, sia depositato nelle banche che investito in proprietà e terreni, pignorati in Libia in attesa di un recupero, se mai avverrà.

RAPHAEL (FAELINO) LUZON

 
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