SHALOM
mensile ebraico d'informazione e cultura
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SHALOM – Mensile ebraico d’informazione, ieri come oggi PDF Print E-mail
Written by PIERO DI NEPI   
Thursday, 22 June 2017
Nacque 50 anni fa per contrastare le informazioni distorte e sbagliate sugli ebrei e su Israele. Quelle false notizie che oggi si chiamano fake news

Quella della fondazione di “Shalom”, il giornale ormai storico degli ebrei romani e della Comunità Ebraica di Roma, è una vicenda che pochi conoscono, e alcuni hanno forse dimenticato. Si può parlare di storia nel senso stretto del termine, in quanto “Shalom” fu il risultato romano - e anche nazionale - dei fatti legati alla Guerra dei sei giorni. Tra l’aprile e il maggio del 1967 gli ebrei di tutto il mondo si erano risvegliati molto bruscamente dal sogno ovattato che li voleva al sicuro da ogni minaccia grazie alla memoria del genocidio e all’esistenza dello Stato di Israele. Olocausto e Shoah erano termini non ancora comparsi nel lessico di una quotidianità allora meno inquietante, a dispetto del Vietnam e degli equilibri del terrore nei tempi della Guerra Fredda. L’antisemitismo dell’Est europeo era stato visto fino a quei mesi fatali come situazione specifica di ex-correligionari compromessi con la politica e con il potere nei paesi comunisti, mentre negli Stati Uniti l’epoca della caccia alle streghe (di norma, sceneggiatori ebrei di Hollywood ed intellettuali, naturalmente ebrei, della East Coast) appariva finalmente archiviata dalla Nuova Frontiera di J.F. Kennedy. Anche se una edulcorata memoria di comodo preferisce oggi ricordare le manifestazioni di solidarietà con le comunità ebraiche e con Israele, nei giorni di aprile e maggio del 1967 ci fu un vero e proprio tradimento messo a segno da parecchi giornalisti e da troppi intellettuali (come altrimenti definirlo, purtroppo). Un tradimento accompagnato dalle monolitiche convinzioni antisioniste del Partito Comunista Italiano e anche dall’odore del petrolio. In occidente i partiti comunisti vollero esibire sulla questione del conflitto in Medio Oriente un’assoluta solidarietà con l’Unione Sovietica, poi sciaguratamente confermata appena un anno dopo durante la distruzione della Primavera di Praga. La guerra del Sinai, del Golan e della liberazione di Gerusalemme era appena finita, quando poi a fine giugno cominciò il coro anti-Israele, con il generalizzato sostegno ai regimi arabi ipernazionalisti e perfino a quelli feudali del Golfo. La teoria del lupo e dell’agnello fu formulata per la prima volta sulla rivista “Quindici” pubblicata da Feltrinelli: Israele vero lupo travestito da agnello col sostegno degli imperialismi e dei neocolonialismi. Mai come in quei mesi si poté misurare davvero la solitudine ebraica: furono rotte amicizie antiche, si restituirono tessere di partito. Fausto Coen lasciò la direzione di “Paese Sera”. Per la prima volta dopo il 1938 si era indotti a dichiarare la propria appartenenza per osservare le reazioni dell’interlocutore: all’Università, nelle professioni, nei negozi, perfino nella scelta degli amici. Alla fine di ottobre uscì il primo numero di “Shalom”, un mensile che avrebbe pubblicato undici numeri l’anno. Nei primi mesi il giornale servì soprattutto a tenere aperti canali di comunicazione. Nonostante le apparenze, infatti, Israele come tutti i vincitori cominciava a scontare una forte impopolarità presso l’opinione pubblica e le istituzioni del potere politico. Fino ad allora c’erano stati in Italia dei bollettini ebraici con forti spunti di dibattito: quello dei giovani, quelli delle Comunità più importanti. Ed esisteva da decenni l’autorevole “Israel” di Carlo Alberto Viterbo. Oggi per il giornale restano uguali il target e le finalità, risultano radicalmente trasformati i mezzi e i modi. Obiettivi e strutture essenziali dell’informazione ebraica non sono mutati nel corso di questi 50 anni - uno spazio di tempo sicuramente straordinario - poiché in Europa la nostra condizione è rimasta la medesima: la vera differenza consiste nel fatto che come fu facile prevedere, e il nazismo aveva già insegnato la lezione, l’attacco contro gli ebrei è soltanto un preludio. Anche alla fine degli anni ’60 le notizie circolavano rapidamente. Non c’era Internet, però gli archivi dei quotidiani e dei periodici funzionavano benissimo, come anche emeroteche e biblioteche. Certo, bisognava andarci fisicamente. Però non c’erano filtri né blocchi, almeno nei paesi democratici. E tutte le mattine venivano recapitate agli abbonati, già prima delle 8.00, circa 200 pagine di notiziario ANSA dall’Italia e dal mondo. C’era, letteralmente, tutto. Quanto alle fake news, c’erano anche quelle, e come. Molto più pericolose e credibili, poiché spesso garantite proprio dalle grandi istituzioni: partiti, ministeri, talvolta anche i palazzi oltretevere. Però la RAI nel giugno del 1967 fu straordinariamente affidabile. Marcello Alessandri, il corrispondente reduce dal Vietnam, scriveva dalla prima linea invece che dai caffè di Tel Aviv e del Cairo, come non pochi suoi colleghi italiani. E in studio, al Telegiornale della sera, c’era un professionista straordinario come Arrigo Levi. Negli anni tra il 1968 e il 1972 ogni numero di Shalom nasceva in casa di Lia Levi, a Monteverde. Direttrice sempre equilibrata, lucidissima nei momenti di crisi. Ennio Ceccarini, insieme con Luciano Tas, portava entusiasmo e passione indimenticabili. Enrico Modigliani garantiva il necessario raccordo con il Consiglio della Comunità, pronto a raffreddare animi ed emozioni, se necessario. La parte tecnica e operativa, invece, apparteneva ad altra epoca, al Jurassic Park delle arti tipografiche. Con “Shalom” il mestiere di giornalista te lo insegnavano anche i tipografi della ditta Visigalli e Pasetti, che in Viale di Villa Pamphili stampava il nostro giornale, ma lavorava soprattutto per gli Editori Riuniti di proprietà del Partito Comunista Italiano. No, non un paradosso. Piuttosto la volontà di mantenere aperto un canale simbolico per quella comunicazione che sarebbe finalmente tornata vent’anni dopo. Uno stanzone sottoscala, con il fragore delle linotypes che fondevano e allineavano le sbarrette di piombo nate dai nostri pezzi. Per le correzioni: pinzette, estrazione e nuova fusione. Vapori tossici, ci si si stava il meno possibile, e anche gli specializzatissimi linotipisti dovevano prendersi pause frequenti. Il giorno prima della “composizione” – si chiamava così - avevamo lavorato con carta, forbici e penne di ogni colore e dimensione a preparare i menabò (oggi “timone” sullo schermo) che poi sarebbero stati trasformati in alcuni quintali di piombo da adagiare sulle enormi macchine da stampa. Il problema vero col quale la neonata informazione ebraica mediaticamente moderna dovette confrontarsi era tutto interno. Occorreva riposizionare, e con urgenza, l’ebraismo italiano. Antifascismo e Resistenza sembravano ricordi e valori che soltanto gli ebrei, in Italia, avevano conservato nella loro integrità e purezza del 1944 e del 25 aprile. Su alcune situazioni l’intervento del giornale fu decisivo: la questione degli ebrei dell’URSS e la campagna Shelach Et-Amì, la difesa degli ebrei in Argentina e in Cile durante gli anni dei governi militari, la chiarezza sul ricatto petrolifero dopo la Guerra di Kippur nel 1973. Oggi - ovvero nell’epoca della generalizzazione globale - la lezione antica dei dettagli, sui quali si lavorava ogni settimana, può rivelarsi risolutiva. Quel mensile ebraico d’informazione somigliava davvero - la prima cosa che si doveva imparare - ad “un settimanale che ti fa lavorare con i tempi di un quotidiano”. Fu insomma per qualche decennio lo strumento che garantiva una immagine nazionale dell’ebraismo italiano. E poiché scripta manent, si può tranquillamente ritenere che anche la Rete, sempre più invasiva, dovrà appoggiarsi a molta carta stampata. All’interno, una sezione molto ampia permetteva comunque (fin dal primo numero) a tutti gli ebrei romani di riconoscersi nel giornale. Questa attenzione alla nostra vita quotidiana ci ha poi consentito di convivere in dialettica feconda con tutta l’informazione locale e nazionale.

PIERO DI NEPI

 
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