SHALOM
mensile ebraico d'informazione e cultura
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Medio Oriente: una sola certezza. Non ci sono certezze PDF Print E-mail
Written by UGO VOLLI   
Friday, 21 July 2017
Apparentemente è immobile e sembra non cambiare nulla. In realtà si stanno disegnando strane e originali alleanze con Paesi arabi più nemici fra loro e meno con Israele

Anche se apparentemente immobile, dominato dall’ideologia immobile dell’islamismo e solcato da contrapposizioni millenarie, il Medio Oriente islamico è continuamente in movimento, agitato da contrapposizioni tattiche e da altrettanto tattiche alleanze. Per capirci qualche cosa bisogna continuamente tenersi aggiornati e non far conto sulle vecchie certezze. Una volta, ai tempi di Ben Gurion c’erano i “due cerchi”: i vicini arabi (Egitto, Giordania, Libano, Siria, Iraq, Arabia) nemici di Israele, gli stati più lontani della regione (Turchia, Iran) se non amici, almeno alleati di fatto. All’interno dei vicini nemici, una grande divisione contrapponeva le dittature laiche dell’Egitto e del Baath (Siria, Iraq) agli stati tradizionalisti (Arabia, Giordania, monarchie del Golfo), che sostenevano gli estremisti religiosi sovversivi negli stati laici, che spesso si dicevano “socialisti” ed erano i più attivamente antisraeliani. Una divisione del genere si radicò anche fra i palestinesi: Hamas contro Fatah. La pace di Sadat con Israele tolse allo schieramento laico il suo capofila, e le guerre del golfo eliminarono anche Saddam Hussein, che pretendeva di essere il successore di Nasser come leader panarabista. La Turchia, da laica e filo-occidentale (dunque in buoni rapporti con Israele) che era, cadde in mano dell’islamista Erdogan, che la schierò con Hamas e gli integralisti islamici. La “primavera araba” colpì soprattutto gli stati laici: Tunisia, Egitto, Siria. Si vide presto che in realtà si trattava di un’offensiva islamista, in particolare della Fratellanza Musulmana. Ma i “fratelli” non erano sostenuti dall’Arabia, che li considerava sovversivi, bensì dall’America di Obama, che cercava di delegare il potere sul Medio Oriente agli islamisti, sia i sunniti della Fratellanza, sia gli sciiti della dirigenza iraniana. Con i sunniti (a parte il caso della Turchia), la manovra di Obama non riuscì, grazie soprattutto alla capacità dell’esercito egiziano di reagire alla presa del potere dei fratelli. L’America di Obama si appoggiò allora sempre di più sugli ayatollah, aiutando l’imperialismo iraniano, che aveva già il potere reale in Libano e intervenne in maniera sempre più chiara in Siria a favore di Assad. Il fronte sunnita appoggiò i nemici di Assad, fra cui la forza principale era l’ISIS. Intervennero con armi e denari a sostenerli la Turchia, il Qatar, l’Arabia Saudita. Sembrava allora (fino a pochi mesi fa) che il mondo musulmano in Medio Oriente fosse diviso in due fronti molto tradizionali: gli sciiti da un lato (con l’Iran, Assad, Hezbollah, il governo iracheno, i ribelli yemeniti e l’appoggio crescente della Russia) e i sunniti dall’altro, per la prima volta da secoli perdenti. Il fronte sunnita aveva una parte estremista e combattente (i movimenti anti-Assad in Siria, l’ISIS) e una parte fiancheggiatrice, da cui si allontanava l’Egitto respinto da Obama e bisognoso dell’appoggio russo. A parte c’erano i curdi, che combattevano contro l’Isis ed erano attaccati dalla Turchia, ma non appartenevano al fronte sciita, sia perché sunniti, sia perché l’esistenza di una minoranza curda in Iran rende gli ayatollah contrari come Erdogan alla nascita di uno stato nazionale curdo. Negli ultimi mesi questa situazione è cambiata ancora. L’Isis ha perso parecchio territorio in Medio Oriente, non è più quello stato rivoluzionario che sembrava due anni fa, riducendosi a un movimento terrorista. L’intervento russo più che quello degli alleati sciiti ha assicurato la sopravvivenza di Assad, anche se è improbabile che il vecchio stato siriano si ricomponga. Ma soprattutto è diventata importante una divisione nel mondo sunnita fra i custodi dello status quo (Arabia, Egitto, Emirati del Golfo) da un lato, che vogliono sostanzialmente difendere la loro posizione appoggiandosi alla nuova America di Trump, di nuovo presente in Medio Oriente e non più impegnata nella masochistica politica filoiraniana di Obama. E dall’altro gli stati “rivoluzionari” o interventisti, che pensano a combattere i nemici dell’Islam, in primo luogo Israele e a espandere l’Islamismo e l’ideologia della fratellanza. Sono la Turchia e il Qatar, con il loro protetto Hamas. Questa divisione è emersa con grande strepito quando l’Arabia ha promosso il blocco del Qatar, chiedendo la rinuncia a proteggere i terroristi (inclusi quelli di Hamas) nel territorio dell’emirato, la fine dell’attività sovversiva di Al Jazeera, l’allineamento con le politiche della maggioranza sunnita. Quel che è venuto fuori di inedito e molto interessante in questa circostanza è un’alleanza, non si sa quanto profonda e operativa, fra questi stati sunniti “rivoluzionari” e l’Iran, che per conto suo è imperialista e rivoluzionario. Lo scontro più importante è quello fra Arabia Saudita e Iran, che si è combattuto finora con esiti alterni e in maniera più o meno coperta in teatri periferici (Bahrein, Yemen, Libano, Iraq, Siria), ma che rischia di crescere fino a diventare una guerra vera. La Turchia, che dopo un duro conflitto ha scelto di avvicinarsi all’orbita russa e il Qatar, che già collabora con l’Iran allo sfruttamento dei giacimenti di gas del golfo persico, sembrano in questo momento più allineati con l’Iran piuttosto che con l’Arabia. Difficile dire se questa posizione terrà, se i sunniti non vinceranno il braccio di ferro con Qatar, se l’ondivago Erdogan non farà ancora un cambio di strategia, dopo averne fallite tante. Una cosa è certa: questa polarizzazione aiuta Israele. Perché il nemico principale, più attivo e minaccioso dello stato ebraico in questo momento è l’Iran; perché i terroristi alle porte (Hamas e soprattutto Hezbollah) sono suoi satelliti, perché Qatar e Turchia si sono sempre spesi in loro favore. Insomma Israele non ha degli amici fra i paesi arabi, anche perché l’incitamento propagandistico antisemita continua sempre, ma ha degli alleati di fatto contro l’Iran e contro coloro che gli sono vicini. La svolta che è avvenuto dopo il tradimento di Obama ai danni dei suoi alleati tradizionali e il raddrizzamento di rotta di Trump è molto importante, allontana il rischio, ben presente, di attacchi avventuristici da parte di Hezbollah e Hamas e contribuisce a contenere l’imperialismo iraniano, che è il maggior pericolo per gli equilibri del Medio Oriente.

UGO VOLLI

 
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