SHALOM
mensile ebraico d'informazione e cultura
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A torto o a ragione, il cibo č il momento fondamentale delle feste PDF Print E-mail
Written by PAOLA ABBINA   
Wednesday, 16 September 2009
Il seder di rosh ha shanà così come la cena per prendere digiuno o come il seder di Pesach rappresentano un’occasione di riunione familiare.
PAOLA ABBINA

Mancano pochi giorni a Rosh ha shanà e dopo estenuanti telefonate per cercare di contattare un macellaio occupatissimo, ci decidiamo a recarci di persona a comperare la carne.

Passiamo così due ore buone in fila ad aspettare il nostro turno tra chiacchiere, auguri e scambio di ricette tradizionali: “a casa mia si cucina così”; “Noi siamo da mia madre”, “voi quanti siete?” e via dicendo. Si, perchè la vigilia di una festa, qualunque essa sia, è sempre occasione di scambio e confronto, ma soprattutto di sfoggio della propria casa e arte culinaria. Infatti il seder di Rosh ha shanà così come la cena per prendere digiuno o come il seder di Pesach rappresentano un momento di riunione familiare indissolubile e saldo di generazione in generazione. E come tale, così forte da diventare “legge”. Così la famiglia religiosa, accanto a quella più laica o tradizionalista si trovano a fare, almeno per poche volte all’anno, quasi le stesse cose, chi mosso da motivazioni pie, chi da ragioni più “materiali”: il gusto per la tavola imbandita e per la buona cucina. Infatti una tavola riccamente apparecchiata e una festa “comandata” rappresentano un binomio inscindibile, reso ancor più stretto dal forte legame che la tradizione ebraica ha con alcuni piatti che provengono dalle tradizioni dell’ambiente circostante. La partecipazione attiva alla vita delle città e il mantenimento della propria identità ebraica, nonostante lunghissimi periodi storici di difficoltà, danno spesso luogo a piatti unici di convivenza e di mescolanza tra culture diverse.

E’ diventato normale così che nel corso dei secoli si sia sviluppato un gusto particolare e una preferenza per alcuni sapori che variano da una zona geografica ad un’altra senza tuttavia dimenticare le regole a cui la tavola ebraica è vincolata. Questi limiti però, se di limiti si vuol parlare, non smorzano i sapori, che invece sono il frutto di un’originale e sapiente combinazione di aromi. Nasce una tavola da apparecchiare per le feste, o anche per tutti i sabati dell’anno, con la stessa cura cui ci si avvicina ad un banchetto nuziale. E come si accoglie il sabato alla stessa stregua di una sposa, così si imbandisce la tavola sabbatica come un altare: le pietanze migliori e maggiormente pregiate sono quelle preparate per il giorno di festa, al cui pasto comunque si attribuisce l’attenzione e la cura che si riserverebbe ad ogni occasione particolare.

Dice il Talmud “hanno detto a proposito di Shammay il vecchio che per tutti i suoi giorni mangiava in onore dello shabbath. Se trova un animale bello diceva: “questo è per shabbath”, se poi ne trovava uno più bello per shabbath lasciava il secondo e mangiava il primo. Hillel il vecchio, invece, aveva un’altra misura: tutto ciò che faceva era in nome del cielo, poiché è detto “benedetto il Signore giorno per giorno” e quando Hillel trovava un bell’animale diceva “questo è per oggi, e il Signore me ne faccia trovare uno più bello di questo in onore del santo shabbath”, e così era per ogni giorno (Bezà 16a). Ma cosa rende i pasti festivi o perfino la cena della vigilia di Kippur o il seder di Rosh ha Shanà momenti “sacri” per la famiglia ebraica, religiosa o tradizionalista che sia? Indubbiamente l’attaccamento alle triglie in fila, o ai quadrucci in brodo, piuttosto che le roschette dolci per prendere digiuno o gli aliciotti con l’indivia o il carciofo alla giudìa. Tuttavia accanto ai sapori classici troviamo altre motivazioni: consumare il pasto in chiave familiare come un rito che si ripete e che rende il momento, a torto o a ragione, il fondamento della festa. E ovviamente per abbellirla e onorarla vengono alla mente le parole dei maestri: Poiché è detto: “E gioirai nella tua festa”, con cosa si gioisce? Con il vino.

Ma Rabbì Yehudà dice che gli uomini gioiscono con ciò che è a loro consono, e le donne con ciò che è a loro consono. Gli uomini con il vino, le donne con cosa? Insegna Rabbì Yosef che in Babilonia con vestiti colorati, in Eretz Israele con vestiti di lino stirati (Pesachim 109). Tuttavia Rabbì Yehudà ben Beterà insegna che al tempo in cui c’era il Bet ha-Miqdash si gioiva solo secondo quanto è detto “ed offrirai sacrifici di shelamim e mangerai lì e gioirai di fronte al Signore tuo D-o”, ma ora che non c’è il Sanutario, non c’è gioia se non nel vino, “e il vino renderà felice il cuore dell’uomo”. E così ci vestiamo con abiti eleganti e belli, e mangiamo ricca carne e buon vino, seduti tutti insieme in un abbraccio benaugurale.

PAOLA ABBINA

 
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