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Lefebvriani: non saranno negazionisti, però… PDF Stampa E-mail
Le tesi offensive di Williamson rischiano di nascondere il problema vero: il tentativo di riportare l centro della teologia cattolica l’impianto preconciliare fortemente antigiudaico
LIA TAGLIACOZZO

“Lefebvriani: Williamson sostituito”, mentre scriviamo questa è l’ultima notizia della querelle legata alla vicenda del vescovo negazionista: “Richard Williamson - scrive l’Ansa - il vescovo che ha negato l’Olocausto, è stato sostituito alla guida del seminario che dirige dal 2003.

E’ avvenuto a La Reja, una cinquantina di chilometri dal centro di Buenos Aires. Dopo che il papa gli aveva richiesto una ritrattazione Williamson, in un’intervista a Der Spiegel, aveva affermato di essere pronto a ravvedersi solo quando avesse trovato prove sull’Olocausto, fatto per il quale - aveva precisato - ci vorrà tempo”.

Ma dichiarazioni tanto impudenti non sono passate sotto silenzio e Williamson ha dovuto abbandonare l’incarico. Insomma se il nocciolo duro della vicenda sono le frasi negazioniste del vescovo ex scismatico tutto sembrerebbe avviarsi a conclusione e almeno su questo il mondo ebraico può dormire sogni tranquilli: posizioni di tal genere non sono ammesse nella Chiesa cattolica romana. Preoccupazione sopita anche grazie alle ultime dichiarazioni del Pontefice “al quale - spiega David Rosen, il rabbino ricevuto in udienza a metà febbraio insieme ai presidenti delle principali organizzazioni ebraiche d’America  - nessun equilibrato osservatore ebreo potrebbe chiedere niente di più di quanto ha detto nel suo eloquente discorso”.  

Eppure qualcosa non convince e la riammissione dei tradizionalisti lefebvriani in seno al Chiesa cattolica Romana, per quanto mondati dall’accusa di negazionismo, non lascia affatto sereni. Anzi, per paradossale che possa apparire, il fatto che la vicenda della remissione della scomunica sia stata accompagnata da tante polemiche legate alla Shoah rischia di nascondere il nocciolo della questione che poco ha a che fare con lo sterminio ebraico durante la seconda guerra mondiale e tutto ha a che fare con gli ebrei e le relazioni ebraico cristiane a prescindere dalla Shoah.

Per cercare di comprendere la vicenda è necessario fare alcuni passi indietro e ripercorrere anche a costo di una sintesi grossolana alcuni momenti salienti della vita della Chiesa cattolica romana nel secondo dopoguerra. Si tratta intanto di risalire al 1959 quando papa Giovanni XXIII da poco salito al soglio pontificio compie due gesti: il primo in ordine di tempo è indire il Concilio Vaticano secondo che inizia 11 ottobre del 1962 per concludersi l’ 8 dicembre del 1965. Ma vi è un secondo gesto, piccolo solo in apparenza e che ha valenza a partire dalla successiva Settimana Santa: il nuovo pontefice apporta un primo e molto parziale cambiamento al rito del Venerdì Santo cancellando una parola dalla liturgia: si tratta dell’aggettivo, “perfidis”, che precede la parola “giudei”. “Oremus et pro perfidis Judaeis” è una locuzione latina, presente dal VI secolo nella liturgia cattolica con la quale si pregava per la conversione degli ebrei.

La traduzione è controversa: potrebbe significare tanto “preghiamo per i perfidi giudei” quanto “preghiamo per i giudei increduli”, niente di buono in entrambi i casi. Tutto quello che segue l’aggettivo rimane invariato, prima tra tutti la preghiera per la conversione degli ebrei alla vera fede, ma intanto – in attesa del Concilio – si tratta di un primo segnale di grande importanza che modifica leggermente il Messale di Pio V (del 1570) che risale al Concilio di Trento (1545-1563). L’ultima edizione stampata del messale tridentino risale quindi al 1962 con la sola cancellazione dell’aggettivo “perfidis”.

Si giunge intanto al Concilio dove i problemi maggiormente dibattuti dai padri conciliari furono due: la “questione degli ebrei” e quella della libertà religiosa. Per quel che riguardava le relazioni con gli ebrei si poneva un nodo non più rimandabile: la visione di essi come veniva percepita dalla maggioranza dei cattolici, maledetti perché assassini di Gesù, era una percezione diffusa e interiorizzata oramai insostenibile.

Il Concilio terminò con 16 documenti complessivi: di essi quattro sono Costituzioni, nove sono Decreti e gli ultimi tre, dal valore teologico più “leggero”, sono Dichiarazioni. Due di queste ultime riguardano proprio i temi che più avevano infiammato il Concilio.

Nel caso della “Nostra Aetate, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” - la dichiarazione che riguarda insieme gli ebrei e tutto il mondo non cristiano – il testo, sui contenuti del quale non ci si sofferma, non riesce a citare il “magistero”: vale a dire che nella storia dei documenti della Chiesa non vi erano precedenti circa relazioni di amicizia e stima nei confronti degli ebrei. Si tratta di un caso senza precedenti e che sottolinea la novità dell’impostazione conciliare.

La Dichiarazione “Dignitatis Humanae, il diritto della persona umana e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia di religione è più articolata: il relatore, il vescovo belga De Smedt aveva cercato a lungo ed era riuscito a trovare qualche precedente poiché, nonostante tutto (nonostante una tradizione che con un Concilio del milleduecento offriva l’indulgenza plenaria a chi andava a “esterminare” gli infedeli) l’atto di fede deve essere libero. Una possibile sintesi della Dichiarazione è che “la fede si difende con la fede e non con la violenza”.

Intanto, nel corso del Concilio il vescovo francese Marcel Lefebvre, che fece parte anche della Commissione preparatoria, ebbe un atteggiamento fortemente critico nei confronti del rinnovamento liturgico, della collegialità episcopale, dell’ecumenismo e
della libertà religiosa. Ma si arriva al 1970 senza rotture quando papa Paolo VI introduce la nuova liturgia nata dalla riforma
post-conciliare. A questo punto però la riforma, per Monsignor Lefebvre, ha un eccessivo sentore di protestantesimo e modernità:
per mantenere la tradizione di sempre è necessario rifiutare il Concilio. E, sempre il 1970, Lefebvre fonda la “Fraternità sacerdotale di San Pio X”.  

Nel 1976 le posizioni divengono sempre più inconciliabili e arriva la sospensione “a divinis” comminata a Lefebvre nel luglio da Paolo VI: la sospensione implica l’impossibilità di somministrare i sacramenti, compresa quindi l’ordinazione di nuovi sacerdoti. Eppure, incurante della sospensione papale, Lefebvre prosegue il suo cammino fino a quando, il 30 giugno del 1988, oramai anziano e desideroso di assicurare continuità alla sua opera, consacra quattro vescovi, tra i quali vi è anche Richard Williamson, il prelato delle dichiarazioni negazioniste. Con la nomina dei vescovi si consuma lo scisma e la separazione della Chiesa Cattolica ufficiale anche se,
per la teologia cattolica, questi vescovi seppur consacrati illecitamente sono validi, sono vescovi veri. Quasi in contemporanea allo scisma, Giovanni Paolo II crea la commissione “Ecclesia Dei” (la Chiesa di Dio) con il compito esplicito di recuperare i lefebvriani.

Nel 1991 Lefevbre muore e ad aprile del 2005 viene eletto papa Benedetto XVI che l’estate stessa avvia contatti formali con i
vescovi scismatici. E’ il luglio del 2007 quando Benedetto XVI estende la possibilità di celebrare la Messa con il messale tridentino, lo liberalizza a tutti gli effetti anche se viene definito “rito straordinario”, resta che il messale, anche in assenza dell’aggettivo “perfidis” conserva la preghiera per la conversione degli ebrei. E’ alla vigilia della Pasqua dello scorso anno che alla cancellazione dell’aggettivo, Benedetto XVI aggiunge il cambiamento della preghiera che continua, in modo più velato, a chiedere comunque la conversione degli ebrei. Ma questa modifica incontra ancora una volta l’opposizione del lefebvriani che non vogliono modificare la tradizione, si tratta  - sostengono - di una pratica di gesti e di fede durata oltre quattro secoli.

“In realtà - spiega Luigi Sandri, vaticanista  - il conflitto più forte è sul giudizio da dare a proposito del Concilio Vaticano II,
si tratta di capire se si riconosce ad esso una valenza di discontinuità forte con la tradizione che lo ha preceduto o meno. Ma come è possibile sostenere con onestà intellettuale che c’è continuità tra il dire che gli ebrei sono maledetti e dire che sono carissimi a Dio
per ciò che essi sono? Tra le due posizioni vi è un’opposizione radicale. Riconoscere la discontinuità del Concilio significa identificarsi con una posizione che rivendica il diritto di tutti alla propria fede e alla propria identità religiosa. Volere invece sottolineare la continuità del Concilio significa depotenziarne proprio questi  contenuti. D’altro canto – prosegue Sandri – già a dicembre del 2005 Ratizinger ha parlato del Concilio nei termini di una continuità e ciò significa, appunto, dare di esso un’interpretazione minimizzante. Questa vicenda non chiude un problema ma ne apre altre mille, non solo con gli ebrei ma all’interno della stessa Chiesa Cattolica”.

Almeno in apparenza il mondo ebraico, per lo più internazionale, sembra soddisfatto delle recenti scuse del Pontefice per le parole del Vescovo negazionista e resta in fiduciosa attesa del annunciato viaggio del Pontefice in Israele ma nel mondo cattolico vi è grande malumore.

In Germania ad esprimere critiche sono state le stesse gerarchie ecclesiastiche ed anche nel cattolicesimo italiano non manca una larvata ma serpeggiante disapprovazione. In tutta la vicenda si vede infatti una grande manovra per svuotare il Vaticano II dei suoi punti salienti e dirimenti: imbarcare i lefebvfriani senza fare chiarezza su questo tema specifico significa lasciare intatto l’impianto antisemita della tradizione preconciliare, indicando ai fedeli che se non si può esprimere dubbi sulla Shoah si può invece pregare perché agli ebrei giunga l’illuminazione, “perché i loro cuori riconoscano Gesù Cristo, salvatore di tutti gli uomini”.

“Sembra un gioco degli equivoci – conclude Luigi Sandri -  poiché il nodo fondamentale viene sottaciuto: l’idea teologica secondo la quale gli ebrei e con essi musulmani, protestanti e infedeli in genere restano in errore e che si devono convertire non viene affrontata. Tutto a prescindere dalla Shoah”.

 
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