La società civile e la classe politica italiana nell’analisi spietata e disillusa di Antonio Polito
Quale è lo stato dell’informazione nel nostro Paese? E’ in corso un processo di conformismo nel sistema dell’informazione italiana rispetto a 15 anni fa. In parte è giustificato dal fatto che all’epoca l’Italia era un paese incerto, insicuro, caotico e confuso dal punto di vista del potere politico ed economico. C’era una tale quantità di poteri in lotta tra di loro che l’informazione aveva la possibilità di fare un gioco di sponda più ampio. Oggi questa situazione è in parte molto cambiata. Per due ragioni. La prima è che il potere politico ha ripreso il suo scettro, il comando della società italiana. Il ruolo che nella vita pubblica i poteri economici, cioè i poteri forti – finanza, banche, industria - un tempo svolgevano nella fase della tradizione, diciamo dopo il ‘92, dopo il grande crollo della prima repubblica, è stato completamente ridotto anche dal punto di vista dell’egemonia culturale: ridotto dalla crisi, dal fatto che in tutto il mondo, quindi anche in Italia, il potere economico e finanziario se la passa male e quindi può parlare meno. La seconda ragione dipende dal fatto che all’interno del potere politico c’è stato un cambiamento radicale avvenuto nelle ultime elezioni. Oggi siamo tutti Berlusconi. Lui e il suo mondo comandano in un modo che non è paragonabile al modo in cui ha governato l’Italia nei periodi precedenti. Il Berlusconi di oggi non è né quello del ‘94 né quello del 2001. Il potere politico è innanzitutto più saldo in sé e, all’interno del potere politico, c’è un uomo solo che comanda. Questo in un paese in cui l’informazione vive di politica, vive di establishment e, anzi, è quasi chiusa all’interno dell’establishment del potere politico. Ne consegue la riduzione degli spazi del giornalismo investigativo, del giornalismo irriverente nei confronti del potere che invece dovrebbero essere caratteristiche dell’informazione. L’informazione dovrebbe essere il cane da guardia dell’opinione pubblica. > Come vede oggi l’Italia? L’Italia ha tradito le aspettative di grande cambiamento che c’erano nel ’92, volendolo considerare come uno spartiacque, come in realtà è stato, quando cioè finì una certa immagine o un’idea dell’Italia. Le grandi attese di trasformazione e di cambiamento e anche di normalizzazione del paese rispetto agli altri paesi europei sono state ampiamente tradite. Il paese è cambiato molto meno di quanto si potesse prevedere. Parliamo di un paese che ha accentuato una sua diversità rispetto agli altri paesi europei. L’Italia è fatta di piccole imprese, di imprese familiari, di partite iva più di quanto non lo fosse 15 anni fa. La grande industria ha meno peso e importanza rispetto a 15 anni fa. Di conseguenza anche dal punto di vista dei comportamenti sociali, è un paese che si è più atomizzato e meno raccolto intorno a grandi idee e grandi progetti. Si è raccolto, invece, intorno a gruppi di interessi. Tutto sommato anche la politica ha avuto questo processo: ha abbandonato persino formalmente il riferimento a famiglie politiche o ideali. Non c’è più una sinistra perché il partito di sinistra ha rifiutato di esserlo e si è fuso in un partito di centro. Non c’è più la destra, perché si è chiusa in un partito di centro destra. La politica si è ancor di più devalorizzata, trasformandosi pertanto in protezione di interessi. Oggi chi vota a destra lo fa per ragioni molto pragmatiche, perché legate a suoi interessi sociali. Lo stesso vale per la sinistra: il voto che va alla sinistra è quello del pubblico impiego, dei pensionati, di una certa élite, degli intellettuali urbani. Il cosiddetto popolo, la gente più umile, coloro i quali si devono affaticare per trovare un reddito, oggi è più a destra che a sinistra: è un grande capovolgimento. Davvero. > E dal punto di vista sociale? Abbiamo conosciuto un aumento forte dell’immigrazione straniera che ci sta portando pian piano a livello di pesi europei che già l’avevano conosciuta. Ma, tutto sommato, non ci sono state quelle grandi reazioni culturali che invece hanno conosciuto altri paesi europei. Credo che l’Italia non sia un paese razzista: ci sono i fenomeni di razzismo, ma sono molto controllati. Molto coperti da riprovazione sociale e, forse anche per il ruolo che la Chiesa cattolica svolge in Italia che, da questo punto di vista, conta molto. C’è però un allarme cresciuto per le sorti del rapporto tre le popolazioni indigene e coloro i quali vengono da fuori: ciò porta ad atteggiamenti politici e a tecniche di governo tese a ridurre questo fenomeno. Cosa che è abbastanza naturale, anche perché per la prima volta stiamo vivendo un’immigrazione di seconda generazione. Cominciamo ad avere in Italia i figli degli immigrati che vanno a scuola con i nostri figli. Sono certo che da quando è cominciato questo fenomeno, questo sarebbe stato il momento della prova. Perché solo quando tu hai una classe in cui tuo figlio ha 6 o 7 compagni di scuola non italiani, allora cominci davvero a percepire l’immigrazione e i fenomeni sociali che essa comporta. > E l’Italia in rapporto con Israele? L’Italia ha vissuto una singolare inversione storica. La ragione per cui l’Italia negli ultimi dieci anni è diventato il paese europeo più vicino a Israele, più alleato di Israele, dipende dal fatto che è andata al potere in Italia una componente politica che aveva da farsi perdonare qualcosa, con Israele. E’ fondamentale considerare l’arrivo al governo del paese di forze politiche che non avevano partecipato alla scrittura della costituzione, vuoi perché, al tempo, erano fuori dall’arco costituzionale come il caso di AN che discende dall’MSI, o perché erano forze troppo nuove per aver partecipato a quella fase, come la Lega o Forza Italia. Tutto ciò ha in qualche modo costretto questa destra italiana in cerca di una accettazione internazionale ad andare su terreni diversi, quello per esempio del filo-israelismo. Per cui un’Italia governata dalla destra è diventato il paese, curiosamente, più filo-israeliano d’Europa. Questa è una conseguenza forse non volontaria, ma molto positiva. > Ma fino a che punto un’Italia così ‘schierata’ è d’aiuto a Israele? Quello che è d’aiuto a Israele è un’Europa che sia capace di vedere le ragioni di Israele. Un paese come l’Italia che ha una sua tradizione di buoni rapporti con il mondo arabo, può essere utile per Israele in quanto tale, cioè in quanto può avvicinare e costringere il mondo arabo a dialogare con Israele. Può trascinare l’intera Europa a comprendere le ragioni di Israele. Se si diventa, invece, faziosamente filo-israeliani, allora non si rende un buon servizio a Israele. Proprio Fini di recente ha parlato di questo rischio: di un filo-israelismo che non diventa utile. Israele non ha bisogno di sentirsi dire che sta facendo, per esempio, la cosa giusta, o che è stato bravo in questa o quell’occasione. Ha invece bisogno di essere aiutata ad essere compresa dai suoi nemici. > Un esempio? La missione in Libano ha indiscutibilmente aiutato Israele. L’Italia l’ha fatta perché è stata un Honest Broker nei confronti delle forze libanesi che facevano la guerra ad Israele. Questo è un caso classico in cui l’intervento dell’Italia è stato davvero utile: ha consentito di mettere fine ad una guerra che Israele non stava vincendo. Ma vale per il futuro: Israele ha bisogno di amici che siano accettati come Honest Broker nell’area mediorientale. Io sono molto contento che il governo italiano sia oggi più in grado di capire le ragioni di Israele. E devo dire la verità: sono molto contento che anche nella sinistra italiana si siano affermate forze che non partono da un pregiudizio anti israeliano. Nel PD è quasi impossibile fare un discorso di pregiudizio anti-israeliano. Nel PD militano molti ebrei. Ci sono molti parlamentari che sono militanti della causa israeliana. E non è poco. > Ma quanto vale l’Italia nel panorama internazionale? L’Italia conta molto poco. Ciò non è esattamente dovuto al fatto che ha come primo ministro un tipo strano che fa cose strane, come Berlusconi. Con la fine dell’assetto bipolare del mondo, l’Italia ha perso ogni peso strategico. Essendo una piccola potenza regionale conta molto poco. Le grandi decisioni internazionali, anche quelle che riguardano l’Europa prescindono dall’Italia. Berlusconi intelligentemente tenta di rivalutare l’Italia, facendosi assegnare qualche vertice in più, e qualche posto internazionale in più, cosa che non fa certo male. Ma non è una strategia. > Come valuta il grado di pluralismo politico nel nostro paese? Se oggi nascesse un partito politico nuovo non avrebbe speranza alcuna di affermarsi. Perché mai supererebbe a nessun livello quella fase di sbarramento che gli consente di vivere nelle istituzioni. Quando è nata la Lega alla fine degli anni ‘80, c’erano le condizioni perché un partito nuovo potesse affermarsi, all’inizio, con un solo senatore. C’erano i collegi nominali, che è fondamentale. Poi la Lega è diventata il fenomeno che sappiamo. Oggi, da questo punto di vista, la possibilità dell’accesso al mercato del consenso politico è molto più ristretto e chiuso. Quindi c’è meno pluralismo. Che ci siano 5 o 6 partiti in parlamento, è una cosa che fa piacere, da alcuni punti di vista, ma vuole dire anche, che c’è meno pluralismo politico. Che ci siano grandi forze storiche nel paese, come la sinistra comunista o radicale che sono ancora presenti nella società, ma non sono presenti in parlamento, è una riduzione del pluralismo. Allo stesso modo c’è meno lotta per l’alternanza al governo. Il che, ancora, riduce il pluralismo politico. C’è una sproporzione enorme tra maggioranza e minoranza. E così alla fine l’alternanza è meno probabile. A CURA DI FRANCESCA BOLINO |