Simbolico per il suo significato e per la forza evocativa il canto anì maamin. di RICCARDO DI SEGNI
Reb Azriel David Fastag era un chasid del Rebbe di Modgitz, un gruppo chasidico in cui è sviluppata al massimo la passione per la musica come espressione di spiritualità. Durante la persecuzione nazista il Rebbe riuscì a fuggire dalla Polonia e a rifugiarsi in Cina. Molti suoi fedeli furono però vittime dei nazisti. Reb Azriel fu catturato e messo in un treno per Treblinka. Durante il trasporto ebbe una speciale ispirazione e compose le note per il canto di Anì Maamin; conscio della sacralità di quel momento chiese che qualcuno riuscisse a salvare la melodia e portarla al suo Rebbe. Uno o due giovani chasidim riuscirono a saltare dal treno e a compiere la missione. Reb Azriel non scampò allo sterminio, ma la sua melodia sì. E’ la melodia che usiamo regolarmente nel nostro Beth hakeneset. Ho saputo, attraverso mio fratello che lo conosce personalmente, che un nipote, ormai anziano, di Reb Azriel vivente in Israele ha seguito in televisione la visita del Papa ed è stato colpito dalla solennità del momento in cui il nostro coro ha cantato l’Anì Maamin. Questa visita è stata preceduta e accompagnata da discussioni e polemiche. Ha diviso la nostra comunità e i rabbini. Ha evocato storie dolorose e questioni religiose aperte. Ha impegnato fortemente la dirigenza comunitaria che ha dovuto prendere decisioni rapide e difficili, assumendosi pesanti responsabilità. Ha messo in moto una macchina organizzativa che ha coinvolto decine di persone. E’ andata bene? C’era chi si chiedeva che utilità potesse avere questa visita, che cosa ci si potesse aspettare da una Chiesa che continua a compiere gesti problematici nei confronti dell’ebraismo; c’era chi temeva un evento routinario al pari di una visita a una parrocchia romana; c’era chi considerava la visita come un cedimento e un compromesso. Gli eventi e le polemiche hanno turbato l’atmosfera, ma hanno avuto l’effetto positivo di aumentare l’interesse e l’attenzione generale fino all’ultimo momento. Più di 600 giornalisti accreditati da ogni parte del mondo rendono conto del senso planetario dell’evento, altro che visita parrocchiale. Ma soprattutto è stata vincente la nostra scelta di andare avanti, senza rinunciare a nessuno dei nostri principi, precisando con cortesia, rispetto e amicizia, ma in modo fermo e composto, i punti di convergenza e quelli di differenza sul piano storico, politico e soprattutto religioso. Questa nostra posizione è stata ben compresa e apprezzata. Il nostro coro che cantava l’Anì Maamin lo cantava per tutti. A New York, tre giorni dopo, qualcuno che ci ha riconosciuti per strada ha detto che a Roma è stato fatto “a tremendous kiddush Hashem”, una grande consacrazione dei nostri principi. Malgrado la nostra esiguità numerica, Roma ebraica è stata al centro dell’ebraismo mondiale, come un simbolo di apertura e di disponibilità, ma senza compromessi sulla nostra storia e la nostra identità. I discorsi ufficiali sono stati scambiati tra le parti due ore prima dell’evento, quando nessuno poteva più cambiare una virgola. Se si leggono con calma i testi in questa prospettiva, può stupire quanti temi comuni siano stati trattati, quante domande abbiano trovato risposte uguali o differenti. Il discorso del Papa dovrà essere ancora studiato per coglierne le implicazioni più sottili; sembra che non vi siano novità dottrinali, ma certamente l’affermazione del principio che i risultati raggiunti non si toccano e non si torna indietro appare, tra tante difficoltà, un dato importante. Questa visita avrebbe potuto segnare l’inizio di una nuova era di durezza nei nostri confronti da parte della Chiesa, ma non lo è stato, il messaggio mediatico è stato opposto; mentre la nostra Comunità ha dimostrato come si deve e si può fare dialogo. RICCARDO DI SEGNI |