SHALOM
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L’orgoglio di essere noi stessi PDF Stampa E-mail
L’incontro con Benedetto XVI non può cambiare il passato, ma può gettare le basi per costruire insieme progetti comuni. Ora ci attende un’altra sfida. Non possiamo cambiare il passato, il cui peso di responsabilità e di sofferenze non vogliamo dimenticare, ma possiamo cambiare il presente e soprattutto progettare il futuro.
di RICCARDO PACIFICI

Difficile fare una valutazione precisa della portata storica di questo storico evento e solo il tempo potrà stabilire le conseguenze e la ricaduta. La valutazione credo vada fatta da altri e non da chi ha promosso l’evento. La mia prima attenzione va a coloro che avevano esternato il loro dissenso alla visita. Tra questi c’erano persone semplicemente scettiche e che non si aspettavano nulla pur comprendendo l’importanza istituzionale dell’evento. E molti di loro mi hanno inviato email ed sms di plauso per quello che la comunità ha saputo fare, tenendo alto l’onore degli ebrei e di Israele. Scetticismo che si è dissolto davanti alle immagini e ascoltando quello che è emerso da tutti gli interventi.

Esisteva poi un dissenso di coloro che ritenevano assurdo proseguire l’incontro a causa delle note vicende e delle posizioni su Pio XII. Anche queste persone hanno preso atto che qualcosa si è fatto, certamente nulla si è risolto. Sarebbe stato assurdo immaginare una visita contestuale all’annuncio dell’archiviazione della pratica di Pio XII. Credo sia giusto far lavorare gli storici che attendono la lettura degli archivi.

Cosa che il Pontefice nel colloquio con il Rabbino Capo si è impegnato a far accelerare, specie per quanto riguarda la documentazione degli orfani ebrei che sono rimasti nei conventi e di cui non si sa che fine abbiano fatto. Poi c’è un terzo tipo di dissenso che è impossibile contrastare e con cui non c’è margine di dialogo: sono le posizioni anticlericali di alcuni gruppi a dir poco minoritari. Con questo tipo di persone è difficile entrare nel merito perché la posizione non è storica, né di contenuti, ma ideologica e su quella non possiamo fare nulla. Nonostante tutte queste diverse opinioni e valutazioni sull’evento, credo che noi abbiamo dimostrato un alto profilo morale.

Non c’è stata alcuna sbavatura, né contestazione. E credo che aver fatto sapere oltre Tevere che esiste questo malumore non ha fatto che rafforzare l’intenzione comune di tutti gli ebrei, sia di quelli che hanno accolto il Papa che di quelli che sono rimasti a casa, di arrivare alla verità storica su alcune vicende avvenute durante il secondo conflitto mondiale. La seconda considerazione è la ricaduta della visita nella vita di ogni giorno. I commenti sui blog italiani ed internazionali sono inequivocabili: grande consenso, grande ammirazione, grande forza di incoraggiamento a noi ebrei romani e apprezzamento per quel che abbiamo detto. Sappiamo che non abbiamo agito con il fioretto, ma siamo stati abbastanza chiari e diretti e non abbiamo nascosto le nostre perplessità, i nostri dubbi e soprattutto le nostre amarezze.

Questa sincerità sta pagando, molto di più di un incontro marcato dall’ipocrisia. Credo che questa sincerità sia stata apprezzata anche dal Pontefice che è arrivato ben conscio di quello che gli avremo letto: lo scambio dei discorsi c’era stato due ore prima. Il fatto che sia stato disteso e non irritato e sia andato via con un grande sorriso, credo porterà onore a tutti. Soprattutto al mondo israeliano dove hanno apprezzato la forte identità sionista della nostra comunità, il nostro legame con Israele, la condivisione delle gioie e delle sofferenze, compresa quella per Ghilat Shalit.

Un discorso il mio, che è stato oggetto di profonda analisi da una commissione ristretta del Consiglio, da me voluta, e che mi aiutato ad esprimere al meglio ciò che sentivo nel cuore, nella testa e soprattutto nella pancia. A coloro che mi hanno aiutato voglio esprimere il mio apprezzamento per lo spirito costruttivo che è regnato, specie negli ultimi giorni, con il fine ultimo da parte di tutti di dare lustro alla Comunità. Per questo ritengo onesto condividere gli infiniti elogi che ho ricevuto con tutto il Consiglio. Nessuno escluso. Ora ci attende un’altra sfida. Non possiamo cambiare il passato, il cui peso di responsabilità e di sofferenze non vogliamo dimenticare, ma possiamo cambiare il presente e soprattutto progettare il futuro.

Dobbiamo, insieme a chi crede nei nostri stessi valori, difendere gli immigrati e su questo tema ci sentiamo vicini alle posizioni assunte dal Vaticano; dobbiamo essere vigili e protestare quando nei paesi arabi, come è successo in Egitto, si uccidono i credenti di altre religioni: si è fatto in passato con gli ebrei, lo si fa oggi con i cristiani. Vi è poi una terza considerazione che riguarda la nostra comunità. Nell’incontro con il Papa, spero di aver interpretato, per quanto era nelle mie capacità e possibilità e con estrema umiltà, il pensiero di tutti.

Quello che ho cercato di esprimere è l’orgoglio di essere ebrei, non in senso di sfida ma nel senso di abbandonare quella percezione remissiva e di sudditanza che per troppi anni ha segnato la nostra storia. Un orgoglio di essere ebrei che ci deve guidare nel mondo della scuola, del lavoro e in ogni azione e istanza politica. Siamo una comunità rispettata e lo hanno dimostrato le tante persone intervenute, le Istituzioni rappresentate, i tanti direttori di importanti giornali venuti a sostenerci. Capitalizziamolo questo momento non per il nostro interesse privato, ma per quello di tutti affinché questo evento non sia solo un aspetto cerimonioso o di foto di rito che resta per gli archivi, ma ci aiuti ad andare a testa alta, forti della nostra identità. Questa consapevolezza mi ha aiutato nelle ore precedenti la visita e mi ha dato la tranquillità di affrontare questo storico incontro, anche e soprattutto grazie al sostegno morale che ho avuto da tutti i sopravvissuti ai lager nazisti: abbiamo voluto che non stessero ad accogliere il Papa al Largo 16 ottobre, quasi a diventare testimoni di loro stessi, ma che, con pari dignità, fossero seduti tra le autorità. Credo che il Papa abbia compreso questo, e il fatto che egli, consapevole della loro autorità morale si sia alzato e abbia rivolto loro un leggero inchino, ha saputo trasmettere un messaggio di grande umiltà e dignità.

Con il Rabbino Capo veniamo da una settimana trascorsa a New York con la Rai e dove siamo stati accolti da Rav Artur Schneir della Park East Sinagogue con tutti gli onori e con commozione per ciò che avevamo fatto con questa visita di Papa Ratzinger. Abbiamo letto i commenti - tutti positivi - sui settimanali ebraici locali sulla nostra Comunità, per questo sento ancor di più che il 17 Gennaio abbiamo tutti fatto la cosa più giusta. Un ringraziamento infine alle decine di nostri giovani volontari che hanno lavorato all’accoglienza, insieme a tutti i dipendenti della Comunità; la Società Alfa International e in particolar modo a Beatrice Rebecchini e Yael Finzi; la Shulamit Eventi di Shulamit Orvieto; ai ragazzi e volontari del nostro ufficio stampa coordinati dalla mia portavoce Ester Mieli; l’intero team dei circa cento volontari della Sicurezza guidati da Gianni Zarfati; a tutte le forze dell’Ordine che hanno presidiato e garantito la nostra incolumità, con un ringraziamento particolare al prefetto e al questore di Roma; a tutti i giornalisti e organi di informazione italiana e internazionale che con le loro 600 presenze hanno reso questo evento tra i più seguiti nella storia italiana. Un grazie speciale al presidente della Rai Paolo Garimberti e al Direttore Relazioni Esterne Guido Paglia per la diretta Rai; infine al segretario della Comunità prof. Emanuele Di Porto che ha avuto la responsabilità del coordinamento di tutte le attività.
RICCARDO PACIFICI

 
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