I rapporti con il Pontefice, la politica, i sogni, le speranze, i ricordi nell’esclusiva intervista al Presidente dello Stato di Israele Shimon Peres
E' di buon umore e pronto a parlare di tutto il Presidente Shimon Peres quando accoglie noi della troupe di Sky TG24 per un’intervista. E’ il giorno della visita del Papa alla sinagoga di Roma, un pontefice che Peres descrive in maniera molto precisa: “Lo conosco da tempo, da prima che diventasse Papa. Credo di sapere come è fatto – dice – E’ un papa filosofo, e sono sempre rimasto colpito dalla sua profonda capacità di comprensione. Si occupa meno di pubbliche relazioni e più, diciamo, del sacro, degli aspetti connessi al mistero e alla fede. Io lo considero certamente un amico”. La scelta fatta da Ratzinger, di visitare per la terza volta dalla sua elezione una sinagoga ebraica per Shimon Peres è comunque un segnale di sincera vicinanza al mondo ebraico. “Il papa – spiega il presidente – fa scelte che riguardano i cattolici ed altre che attengono ai rapporti tra ebrei e mondo cattolico. Per quanto riguarda quest'ultime ci sono polemiche per il processo di beatificazione di Pio XII, nelle quali ora non voglio entrare. Per quanto concerne i rapporti tra ebrei e cattolici invece, secondo me questo Papa si comporta con grande rispetto e ho fiducia in lui. Certo in alcune cose non andiamo d'accordo, non c'è una concordia totale, ma nel complesso credo sia una persona profonda e il suo rapporto con gli ebrei è altrettanto profondo e sincero”. Il tg di Sky manda subito in onda queste parole di Peres sul Papa e le agenzie, che giustamente badano alle news, le ribattono mentre Ratzinger entra in sinagoga, ma la parte più interessante, anche se meno attuale, del colloquio che per SkyTg24 ho avuto con Peres, mi sembra un’altra e credo valga la pensa condividerla con i lettori di Shalom, che certamente potranno apprezzarla. A 86 anni il Presidente dello Stato d’Israele è il testimone diretto che ha vissuto più da vicino impor t a n t i m o m e n t i della storia d’Israele. La vicenda della sua vita ha incrociato quella di altri grandi protagonisti della nascita e dello sviluppo dello Stato Ebraico. E di questo anche che abbiamo parlato con lui: dei suoi primi anni in kibbutz e dei suoi rapporti con tre persone in particolare: Ben Gurion, Izhack Rabin e Ariel Sharon. Quando era ragazzo, era in kibbutz a leggere libri sul socialismo e fare il contadino, s’immaginava che Israele sarebbe diventato così, s’immaginava di diventare Presidente dello Stato? Quando ero giovane avevo tre sogni: o diventare pastore di un gregge, che è un lavoro stupendo, o diventare architetto, oppure poeta. Mi è sempre interessato di più costruire qualcosa invece di lamentarmi per tutta la vita. Non sono capace di lamentarmi, neanche m’interessa. Non ho mai avuto un grande interesse per la storia. Questa, pensavo, è cosa passata, non si può più cambiare, l’immaginazione è più importante del ricordo. Quando ti chiedono: cosa ricordi? Di fatto tu dimentichi, selezioni, ricordi solo le cose buone, di fatto provi nostalgia non memoria. Mentre l’immaginazione è come un asilo, un nido dove nascono continuamente idee e cose nuove. E credo che dal primo giorno in cui ho avuto coscienza di me stesso mi sono innamorato del domani. E ha incontrato un uomo che la pensava come lei: Ben Gurion. Cosa le ha dato Ben Gurion, quali erano i vostri rapporti? Innanzi tutto voglio dire una cosa. Come si dice in francese tou proportion guarde, bisogna stare attenti alle proporzioni. Lui era un genio, non lo si può giudicare solo come primo ministro o come politico, macché, Ben Gurion era semplicemente una persona geniale. Tra i migliori geni mai avuti dal popolo ebraico. Con facoltà intellettuali enormi, una memoria fenomenale, una curiosità infinita, un coraggio raro e nessuna paura di essere solo. Lui è l’unico uomo di Stato che è diventato primo ministro prima ancora di avere un popolo, uno Stato e un esercito. E neanche era nato in questa terra. Senza di lui ho il sospetto che non avremmo mai ottenuto uno Stato. Ora, io sono stato fortunato. Ero un ragazzo di 23-24 anni, non ero nessuno, non avevo grandi meriti a parte quello di appartenere e di lottare nel movimento dei giovani laburisti, la Tnuat hanoar. Nel movimento erano quasi tutti contro Ben Gurion, circa il 90% e io ero tra gli unici che lo sostenevano e dicevano che aveva ragione. Quando sono stato eletto segretario, avendo ottenuto la maggioranza, ci fu una sorpresa enorme. Allora lui mi prese a lavorare con lui, ed imparai da Ben Gurion subito alcune cose. Primo: fai ogni errore che vuoi, a condizione che sia commesso per fare una cosa nuova e giusta. Secondo: stai attento a un errore specialmente: non mentire, tu menti una volta e finiscono i nostri rapporti. E la terza cosa che ho imparato da lui è stata che non c’è nulla di più intelligente che essere un uomo morale, avere un’alta moralità è semplicemente sintomo di intelligenza. Se passi la vita a rubare, a sperperare denaro, alla fine non reggi. Guardi, io sono stato la persona più controversa d’Israele, ma non mi hanno mai potuto finire. Hanno raccontato storie su di me, tutte senza fondamento, ed ora sono il personaggio più popolare d’Israele, e mi chiedo: quando stavo meglio? Ora che sono popolare o prima che ero controverso? E la risposta è che stavo meglio prima quando ero contrastato. Perché dovevo combattere, sforzarmi, contrastare le opposizioni, anche questo ho imparato da lui. Era una figura eccezionale e credo di aver avuto grande fortuna a lavorare con lui. Mi ha lasciato mano libera in modo incredibile, ho fatto tantissimi errori: ma tutti nella giusta direzione, per mia fortuna! La sua storia è anche legata a quella di un altro personaggio: Izhack Rabin. Tra di voi, è noto, c’era grande competizione. Insieme però avete fatto una delle cose più grandi nella storia d’Israele, che sono gli accordi di Oslo. Alla fine forse siete diventati anche amici? E’ difficile spiegare a chi non conosce bene la politica israeliana. Lo scontro tra Rabin e me non l’abbiamo iniziato noi due, ma noi due fummo i rappresentanti di una frattura interna ai laburisti. Lui era dell’ala destra del partito (l’Achdut haAvodà) e io tra i bengurionisti. Lui era con Tabenkin e io con Ben Gurion. E tra questi due gruppi c’erano rapporti molto tesi. Quando divenimmo rispettivamente i leader dei due campi, continuammo questo scontro. Certamente avevamo anche due caratteri diversi, io vedevo le cose in maniera differente da lui. Ma quando divenne Premier gli dissi: ascolta Izhack, se andrai nella direzione della pace non avrai un amico più grande di me, se devierai da essa non avrai oppositore più grande. A me non interessa essere il numero uno o il numero due, e così accadde. E questo anche mi consentì d’influenzarlo per intraprendere la strada degli accordi di Oslo con i palestinesi, cosa che non gli era naturale. Alla fine, l’ultimo giorno, prima che fosse ucciso, eravamo sul palco. Lui mi abbracciò. E non era un uomo molto espansivo un tipo che abbracciasse molto. Cantò insieme a me. Era felice. Rabin aveva paura quel giorno, non che lo uccidessero ma che non venisse abbastanza gente alla manifestazione per la pace, e che lo contestassero. E io gli dissi, Izhack, verrà gente. E vennero e gli mostrarono un affetto che è difficile descrivere. Noi eravamo su un palco e immediatamente sotto c’era una fontana con una specie di piscina e i giovani ci saltarono dentro e gli urlavano Izhack, Izhack! C’era un’esplosione d’amore. E lui improvvisamente si gonfiò di entusiasmo. Pensava sarebbe andato di fronte un pubblico indifferente, invece fu esattamente il contrario, c’erano tantissimi giovani. Tornando a quando lavorammo insieme, certo, ammetto che non eravamo sempre d’accordo. Ci furono degli scontri. Alla fine di alcune giornate i sentimenti non erano sempre piacevoli, non eravamo tutti sorrisi, non voglio mentire o nascondere la verità. Forse io sono troppo indulgente con me stesso se dico che ero meno sospettoso di lui. Lui probabilmente direbbe lo stesso al contrario. Guardi io non scrivo biografie e una delle ragioni è proprio quella che io non posso parlare delle persone che non sono più in vita. Io sono convinto di essere meglio di loro e loro non hanno la possibilità di rispondermi. Quindi per essere leali sarebbe meglio tacere. Un giorno Rabin mi ha detto una cosa che credo abbia aiutato ••• i nostri rapporti. “Tu crei la forza, disse, e io ne faccio uso”. Comunque era un uomo raro, con molte qualità, con grande carisma, credeva nel popolo, e credo che noi due insieme fossimo più di due, e ognuno da solo meno di uno. Allora sul prato della Casa bianca il giorno della pace con i palestinesi è lei che ha dato forza a lui. Lui non voleva neanche venire! Rabin non aveva firmato in calce agli accordi di Oslo, chi ha messo le firme siamo stati Abu Mazen ed io. Una delle ragioni per cui non voleva venire era perché non voleva incontrare Arafat. Diceva: Io non gli voglio stringere la mano. Infatti Clinton che quasi li avvicinò a forza. Dopo avergli stretto la mano si vede Rabin che si avvicina al mio orecchio, mi disse: adesso è il tuo turno, come a dire io sono andato all’inferno adesso vieni anche te. E va bene, andiamo! Le chiedo anche qualcosa su Ariel Sharon. Nell’ultimo periodo vi siete molto avvicinati, lei è entrato nel suo partito Kadima. Forse questo perché eravate le due più grandi figure politiche del paese? Non so definire chi è grande chi no. Comunque io ho conosciuto Sharon quando era ancora un ufficiale. L’ho presentato io a Ben Gurion. Arik è un uomo stupendo: carismatico, dotato di senso dell’umorismo… Nel nostro percorso politico abbiamo militato all’estremità dei due fronti opposti. Quando decise di fondare Kadima, mi parlò al cuore. Mi disse: Vieni con me. Gli risposi: dove hai intenzione di andare? Allora è venuto a casa mia, con una carta e mi ha letto cosa aveva intenzione di fare. Quando ho sentito che era pronto a un negoziato con i palestinesi, pronto ad andare nella direzione dei due Stati, e lasciare i territori, ho detto: Va bene, a me non interessa il partito, interessa il programma. Non solo questo. Lui fu d’accordo che io gestissi il negoziato con Abu Ala, come ministro degli Esteri. Abbiamo trattato a Roma, siamo arrivati ad un accordo Abu Ala ed io. Mostrai l’intesa ad Arik, lui la approvò. Abu Ala voleva che fosse implementato tutto in un anno, io gli dissi che erano necessari due o tre anni, e lì Sharon non fu d’accordo, disse che era troppo complicato e ci sarebbero voluti otto anni. Allora gli dissi: Arik, la differenza tra un uomo politico e il Messia è la tabella di tempi, otto anni sono troppi. Comunque mi diede la possibilità di fare quell’accordo. E penso che il ritiro da Gaza fu, da parte sua, un atto importantissimo. I coloni non lo capiscono. Fossero rimasti dentro Gaza, sarebbero diventati loro l’obiettivo degli attacchi palestinesi. E ogni soldato sarebbe dovuto rimanere per difendere le loro vite. Ora lei è Presidente. Com’è essere capo dello Stato d’Israele e avere a che fare con gli Israeliani? E’ un grande piacere. Io giro molto il paese; quando uno è impegnato nell’amministrazione da ministro, da premier, sta negli uffici, sommerso dalle carte e dalle lotte intesine, il 60% del tempo lo spende per risolvere gli scontri e le contestazioni. Qui nell’ufficio del presidente non esiste una cosa del genere. Incontro moltissimi israeliani buoni, e volenterosi e onesti. Per me esser qui è una festa. Siamo la parte non governativa dello Stato, siamo la parte sociale. Ad esempio adesso pensiamo che ci sia bisogno di migliorare la situazione dei cittadini arabi. Abbiamo preso un autobus, invitato trenta loro leader e cerchiamo di migliorare le loro condizioni, e loro collaborano con piacere. E devo dire che il governo ci appoggia. Quindi ripeto: per me essere presidente è un piacere perché mi permette di conoscere la buona Israele, non quella che è sui titoli dei giornali. L’Israele che lavora, nei campi, nelle industrie, nei laboratori, nelle imprese, e credo che gli israeliani siano un grande popolo. Non come numero ma come capacità. E io non credo di doverli guidare ma solo consentire loro di realizzarsi. Viviamo in un mondo che non è solo globale, ma anche individuale. Due giovani possono creare una azienda come Google, senza uccidere nessuno, ferire nessuno, sfruttare nessuno, hanno creato una realtà economica grande come uno Stato. E di piccoli google ce ne sono un’infinità in Israele. Questa è la forza d’Israele. So che non è bello quando un politico dice di essere soddisfatto, ma io sono soddisfatto e sono molto ottimista. Sono un inguaribile ottimista. Ho imparato fin da giovane che gli ottimisti e i pessimisti muoiono nella stessa maniera. Ma vivono in maniera diversa. Consiglio quindi a tutti di vivere da ottimisti. a cura di RENATO COEN |