Ebraismo e Cristianesimo devono confrontarsi con le incognite del dialogo. di ARRIGO LEVI
A chi ha partecipato, con intensa emozione, allo storico incontro di Giovanni Paolo II con i “fratelli maggiori” nella Sinagoga di Roma, la visita di Benedetto XVI, per di più preceduta da un momento di turbamento e disagio fortunatamente superato, può apparire come di minore rilievo: la semplice ripetizione di un evento che mai sarà dimenticato. Credo che questo giudizio sia frettoloso ed errato. La conferma da parte di un nuovo Papa del nuovo atteggiamento di amicizia della Chiesa romana nei confronti del popolo ebraico suona infatti conferma della storica svolta iniziata dal Concilio Vaticano II, al di là di quello che poteva apparire come un irripetibile slancio personale da parte del grande Papa polacco: il Pontefice che ha avuto il coraggio di chiedere più di venti volte perdono (non soltanto agli ebrei) per le colpe della Chiesa nei confronti degli “altri”, nel corso della sua storia millenaria. Papa Ratzinger ha avuto più volte espressioni di forte amicizia nei confronti del popolo ebraico. La sua visita romana, dopo quella a Gerusalemme, conferma che la grande svolta c’è stata e rimane: svolta non solo politica ma direi perfino teologica, importante per la Chiesa, forse ancor più che per il popolo ebraico. Per gli Ebrei, l’addio al millenario pregiudizio antigiudaico, presente perfino nei Vangeli, non è soltanto l’annuncio della fine di un atteggiamento che la Chiesa stessa ha riconosciuto errato, e in qualche modo corresponsabile delle origini della svolta antisemita e razzista del Novecento. La fine di un incubo che ha accompagnato gli Ebrei per i due millenni della Diaspora: anche se l’odio per il popolo ebraico ha trovato in questi anni nuovo alimento nel mondo islamico, in secoli passati assai più tollerante, nei nostri confronti, di quello cristiano. Ma la nostra identità non viene perciò ad essere modificata dal “mea culpa” della Chiesa. La pace con gli Ebrei ha invece, a me sembra, un significato potenzialmente più profondo per la Chiesa. E’ bensì vero che il mondo cristiano non ha mai rinnegato l’Antico Testamento. Ma l’accentuazione delle radici ebraiche del cristiane- simo, e in particolar modo della Chiesa romana, non è un evento che tocchi soltanto il passato, la storia del Cristianesimo: riguarda invece il presente e il futuro del pensiero e dell’identità cristiana. Non a caso sono le correnti più innovatrici, nell’ambito dell’identità oggi più che mai complessa del cattolicesimo e del cristianesimo, a trovare in quelle prime radici, ossia nell’identità e nella predicazione di Gesù di Nazareth, stimoli creativi per rinnovare e aggiornare la visione di quella che deve essere oggi la missione stessa della Chiesa in un mondo impregnato di cultura laica. Non a caso è invalso l’uso di parlare del “Primo Testamento” e del “Secondo Testamento”, con la cancellazione di quei due aggettivi, Antico e Nuovo, che stabilivano una chiara gerarchia di valori. Così come si è diffuso il riferimento, in tempi non lontani inimmaginabile, alle “radici giudaico-cristiane” della civiltà occidentale, fino all’umanesimo e allo stesso Illuminismo. La fertilità della predicazione squisitamente ebraica di Gesù, come di quella universale di Saulo di Tarso, rivela ancora un immenso potenziale innovatore. Non sta certo a me prevedere gli sviluppi, ripeto, anche “teologici”, di questa tormentata e audace svolta nella storia del cristianesimo, e della Chiesa. Ma la svolta iniziatasi col Concilio Vaticano II appare inarrestabile: il dialogo che ne è seguito con l’ebraismo oltre che con le altre religioni, è, per sua natura, fonte di cambiamento per chiunque ne sia partecipe: ebreo, musulmano, cristiano, o laico non credente. Dialogare ci cambia tutti. Ma, attenzione: questo solleva un’altra incognita, che riguarda l’ebraismo. Fino a che punto il dialogo con un cristianesimo diverso, che riconosca l’ebraicità del pensiero di Gesù, insieme con l’immersione dell’ebraismo, come del cristianesimo, in un dominante mondo laico quale è il mondo del nuovo millennio, potrà o potrebbe modificare l’identità e l’atteggiamento dell’ebraismo religioso nei confronti del Cristianesimo, degli ebrei Gesù e Paolo? Non dovrà prendere atto della straordinaria proiezione storica che, per effetto del successo del cristianesimo (con tutte le distorsioni che esso può avere ai nostri occhi), hanno avuto la filosofia e il pensiero profetico ebraico, l’insegnamento etico, il senso della storia come un progresso di potenziale universale, che sono il dono dell’ebraismo alla storia dell’umanità? Voglio dire che anche per gli Ebrei l’incontro col mondo cristiano è una sfida. Sono purtroppo troppo laico, troppo estraneo alla vita religiosa ebraica, per andare alla ricerca di una risposta alla domanda che mi è parso però inevitabile porre. Certo, si può immaginare una coesistenza pacifica che lascia tutti immutati. Ma per questo bisognerebbe ignorarsi a vicenda. L’incontro, e il dialogo, cambiano tutti coloro che ne sono partecipi con animo sincero. ARRIGO LEVI |