La visita di Benedetto XVI ricorda quella di Giovanni Paolo II, pontefici che ho avuto l’onore di conoscere personalmente. di CLEMENTE JACKY MIMUN
Come ogni ebreo spero che l’incontro del Papa con la comunità romana segni una nuova tappa di amicizia, comprensione e rispetto reciproco. Ma poiché ho avuto il privilegio di incontrare sia Papa Ratzinger che Papa Wojtyla, dedicherò questa pagina alla cronaca ed alle impressioni che ne ho tratto. Ho conosciuto Papa Benedetto nei giorni immediatamente successivi la sua elezione al soglio pontificio, pochi istanti prima dell’udienza che il nuovo Papa avrebbe concesso ai rappresentanti dei media di tutto il mondo. Un incontro di pochi minuti con Joseph Ratzinger assieme alla delegazione dei vertici della Rai. Chi gli sfilò di fronte, prima di me, baciò la mano al pontefice. Al momento della mia presentazione, Ratzinger mi sollevò da ogni possibile imbarazzo, tendendo la mano per stringere la mia ed augurandomi con un sorriso “buona pasqua ebraica”. Un approccio amichevole che mi ha molto impressionato e, se posso permettermi, me lo ha reso subito simpatico, anche perché lo accompagnò con una citazione biblica nella lingua di Israele. Del cardinale Ratzinger avevo letto in passato, sapevo dei suoi studi, dei suoi scritti ponderosi, ma soprattutto del profondo legame con il suo predecessore e di quanto avesse influito sul pontificato di Giovanni Paolo II. Un Papa, Wojtyla, verso il quale ho sempre avuto enorme considerazione perché svolse un compito straordinario, con un carisma ed una umanità enormi che, nella mia mente lo faceva accostare ad un altro grande della Chiesa. Mi ricordava, infatti, quando bambino ascoltavo interessato e un po’ stupito il Papa buono, Giovanni Roncalli, alla tv in bianco e nero del bar sotto casa. Mi capitò anche quando disse: “Quando tornate a casa date una carezza ai vostri bambini, ditegli che è la carezza del Papa”. Straordinario, così come il suo discorso ai detenuti di Regina Coeli. Ho seguito Karol Wojtyla con la massima attenzione e partecipazione, non solo professionale, nel lunghissimo arco del suo pontificato ed ho avuto l’onore di conoscerlo. E’ capitato in modo un po’ bizzarro nel 2001, ma fu un incontro indimenticabile. Una sera, erano le 22 passate, stavo festeggiando con amici un compleanno, trilla il mio cellulare. Rispondo e mi sento dire: “Buona sera è il Vaticano, scusi l’orario, posso passarle monsignor Stanislao Dzivisz, segretario di Sua Santità?”. La cosa non mi convinceva: per quale ragione nella piena serata di un lunedì qualsiasi mi avrebbe dovuto cercare il più diretto collaboratore di Wojtyla? Così risposi: “Guardi con tutto il rispetto, a quest’ora si fanno gli scherzi, non conversazioni di questo livello, le è andata male, lasci stare”. Impassibile il mio interlocutore replicò: “Beh questo è proprio il Vaticano, se crede richiami il numero 698...”. Chiamai e mi passarono subito monsignor Stanislao che mi disse: “Ho saputo che recentemente ha manifestato il desiderio di conoscere il Papa, se le fa piacere venga domattina alle 6,45 passando per il cortile di Sant’Anna. Se crede potrà anche vedere il Santo Padre mentre prega”. Accolsi l’invito e mollai gli amici un po’ disorientato, anche perché quel desiderio di incontrare Wojtyla risaliva ad almeno quattro anni prima. Notai, tra me e me, che era proprio vero: la Chiesa aveva certamente i suoi tempi, ma anche ottima memoria. L’indomani di buon mattino ero di fronte alla Cappella privata del Papa che pregava sdraiato, con grande intensità, nonostante i tanti acciacchi, assieme ad un sacerdote africano e ad altri due prelati. Non mi soffermai per rispetto e venni accompagnato in un grande salone prospiciente l’appartamento del Papa. Su un lato una suora sofferente su una sedia a rotelle. Pochi metri più in là un diplomatico. Sul lato opposto il sottoscritto. Wojtyla, curvo ed evidentemente affaticato, entrò nel salone. Abbracciò con calore la suora e si soffermò pochi istanti. Il diplomatico si avvicinò e dopo un inchino gli parlò per un paio di minuti. Mentre Wojtyla si avvicinava lentamente a me, che confesso ero molto emozionato, venne distratto dal passaggio, pochi metri più in là, di un piccolo gruppo di francescani, probabilmente diretti verso la Sala Nervi per una udienza generale. Uno aveva la fisarmonica e suonò una musichetta allegra, il Papa sorrise, sembrò molto rinfrancato. Wojtyla mi si avvicinò, tese la mano e mi disse che era tra i telespettatori del Tg2, che allora dirigevo. Risposi divertito: “Me lo dica davanti ad una telecamera, sarebbe di grande aiuto”. Poi a bruciapelo mi chiese: “Come sta tuo padre?”. Restai di stucco perché il mio papà nei giorni precedenti aveva avuto un po’ di guai di salute, di cui avevamo parlato solo in famiglia. Risposi, un po’ scosso, che ora, grazie a Dio, stava meglio. Poi mi chiese di fare qualcosa nel tg contro l’abitudine di troppo a bestemmiare e, cambiando discorso, aggiunse che era sicuro che pian pianino in Terra santa sarebbe finalmente arrivata la pace tra gli arabi e noi fratelli maggiori. Pensavo che il colloquio fosse finito e, invece, mi prese sotto braccio perché lo accompagnassi fino alla soglia del suo appartamento. Mentre stavamo per salutarci passarono di nuovo i musicanti francescani. Sorrise di nuovo, mi strinse con calore la mano e se ne andò. Notai che accompagnava la musica roteando lentamente il suo bastone, un po’ come faceva Charlot nei suoi indimenticabili film. Epilogo incredibile per un incontro indimenticabile, con un uomo che avrebbe cambiato la storia e che nell’aprile del 1986 aveva scritto una pagina memorabile nei rapporti tra chiesa ed ebrei. Spero davvero che, lasciando da parte vecchie e nuove incomprensioni, l’incontro del 17 gennaio con Papa Benedetto XVI ci porti a fare un altro passo in avanti. Per il bene di tutti. CLEMENTE JACKY MIMUN |