SHALOM
mensile ebraico d'informazione e cultura
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La solitudine di Israele, tra rassegnazione e indifferenza PDF Stampa E-mail
la maggior parte delle persone ormai dice:
“ci odiano comunque, quindi tanto vale fare quel che ci pare”.
di ARIEL DAVID

Hisham ha un sogno piuttosto particolare per un ragazzo turco: trovare un posto all’ambasciata di Ankara a Tel Aviv. Musulmano laico, Hisham (il nome è di fantasia, ndr.) sapeva ben poco d’Israele prima di essere inviato qui in visita dal ministero degli Esteri turco, per il quale lavora.

“Pensavo che Israele fosse una zona di guerra, un luogo di oppressione, e invece appena arrivato, ho scoperto un paese moderno, aperto e affascinante”. Per questo Hisham aveva deciso di restare, e da mesi studiava l’ebraico presso un “ulpan” a Tel Aviv, assimilando la lingua con una rapidità che per i suoi compagni di classe, ebrei immigrati da tutto il mondo, era sorprendente quanto la sua determinazione a concentrare la carriera diplomatica su Israele. Poi è arrivato il convoglio di “Free Gaza” e il blitz israeliano a bordo della nave turca Mavi Marmara è finito in una sanguinosa battaglia con nove morti tra i passeggeri e diversi soldati feriti. La tempesta di critiche e rappresaglie diplomatiche che ha investito Israele ha anche frenato i progetti di Hisham, che alcuni giorni fa ha mestamente annunciato ai suoi compagni di essere stato richiamato in patria dopo che il ministero degli Esteri turco aveva cancellato il suo programma di studio. Prima di partire ha espresso la speranza di tornare al più presto, riassumendo così la situazione: “La Turchia ha due anime; quella che ragiona con la testa si rende conto di quanto abbiamo in comune con Israele e di come insieme si possa lavorare per raggiungere la pace e la prosperità; ma oggi nel paese prevale la parte più emotiva ed estremista”. Sulle reazioni che hanno seguito i fatti della flottiglia e sul rinnovato vigore dei boicottaggi economici, politici e culturali contro lo stato ebraico il dibattito all’estero rimane infuocato.

Ma come vive Israele l’isolamento internazionale in cui è piombato? Come sugli eventi stessi, il paese è diviso.

C’è chi plaude alle critiche, chi difende a spada tratta Tsahal e il governo e chi, pur disapprovando i modi o l’opportunità dell’operazione, trova ipocrita la condanna di un mondo che si mostra indifferente ai pericoli che circondano Israele, da Hamas a Hezbollah, dalla Siria all’Iran. Ma le emozioni prevalenti sono indifferenza, rassegnazione e negazione della realtà. Secondo un sondaggio di Haaretz, il 52% degli israeliani non è preoccupato dal crescente isolamento internazionale del paese, mentre solo il 41% si inquieta per la sua solitudine. La gran parte della popolazione è anestetizzata allo sdegno globale e l’atteggiamento più comune nelle chiacchiere da bar è il seguente: “Ci odiano comunque, quindi tanto vale fare quel che ci pare”. Questo distacco dal mondo, questa profezia auto avveratesi destinata ad alimentare una spirale d’isolamento, è il risultato ottenuto, volontariamente o involontariamente, da chi convoca gli ambasciatori di Gerusalemme, boicotta i prodotti israeliani, brucia bandiere con la stella di David, spinge artisti internazionali a cancellare i concerti a Tel Aviv, pubblica articoli e vignette in cui lo stato ebraico è descritto come un incrocio tra la Germania nazista e i pirati somali. Le conseguenze di questo meccanismo le ha spiegate il produttore Shuki Weiss dopo aver annunciato la cancellazione del concerto dei Pixies a Tel Aviv, l’ultimo di una serie di forfait per protestare contro i presunti crimini israeliani a Gaza. “Invito chi lavora per bloccare le visite di artisti a non festeggiare questa vittoria – ha detto il promoter. – Invito gli artisti a opporsi a questo terrorismo culturale rifiutando di contribuire a un abisso di solitudine che non farà altro che rafforzare l’odio”. La solitudine d’Israele, promossa da chi spesso si dice amico della pace, non sta colpendo gli estremisti all’interno del paese e nemmeno il governo, che secondo il sondaggio di Haaretz gode ora della fiducia del 57% dei cittadini. Le uniche vittime sono i moderati, i veri costruttori di pace, quelli come il nostro amico turco, costretto a riporre i suoi desideri nel cassetto dei sogni.

ARIEL DAVID

 
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