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Rischiano di esaurirsi le riserve idriche di Israele. di ARIEL VITERBO
Anche quest’anno, lo spettro della sete, della mancanza di acqua da bere, insegue nuovamente gli israeliani. D’inverno, come capita da molti anni, ha piovuto poco: già lo scorso anno il professor Uri Shani, direttore dell’Ente nazionale per l’acqua, aveva lanciato l’allarme: la situazione idrica per l’anno 2009- 2010 sarebbe peggiore delle pur pessimistiche previsioni. Anche se la pioggia non è mancata, la quantità delle precipitazioni non ha compensato il deficit complessivo accumulatosi negli ultimi anni. Sui giornali sono tornate, puntualmente, le foto del lago di Tiberiade, il Kinneret, con le barche in secca e nuove chiazze di terra che emergono davanti alle coste: la grande riserva di acqua dolce d’Israele, abbassa il suo livello, rischia di esaurirsi. Così i due grandi bacini sotterranei, quello della costa e quello montano, che negli anni di siccità non si rinnovano. Dal bacino della costa quasi non si estrae più acqua per non vuotarlo oltre il limite che lo porterebbe al rischio della salinizzazione. Quello dell’acqua è un problema regionale: solo le discordie politiche evitano la collaborazione fra gli esperti della Giordania, del Libano, della Siria, dell’Egitto, dell’Autorità Palestinese e quelli israeliani. E i mutamenti nel clima del pianeta lo rendono ormai un problema globale. Di fronte all’emergenza, le misure prese dal precedente governo sono state le solite: quasi un deja vu, il ripetersi di provvedimenti che tornano ogni anno quasi uguali. Il divieto di innaffiare i giardini privati e quelli pubblici. La riduzione delle quote d’acqua assegnate agli agricoltori. Un’aggressiva campagna di propaganda che da ogni schermo televisivo, da ogni radio, dalle pagine dei giornali si sforza di spaventare il pubblico e di convincerlo a chiudere il rubinetto mentre si lava i denti. O ad accorciare il tempo della doccia: due minuti in meno sotto l’acqua e il livello del Kinneret cresce di dieci centimetri. Qualcosa pare essere comunque cambiata. Il quadro della situazione è complessivamente migliore. Dal 2005 funziona ad Ashkelon il più grande impianto del mondo per la desalinizzazione dell’acqua di mare col sistema dell’osmosi inversa. Nel suo primo anno ha erogato 100 milioni di metri cubi. Altra fonte di acqua dolce è la purificazione degli scarichi delle fogne: così si sono trasportati 100 milioni di metri cubi di acqua purificata nel Neghev per irrigare i campi. È ancora poco: nel 2003 gli israeliani hanno utilizzato 1930 milioni di metri cubi d’acqua e il consumo previsto per il 2015 è di 2500 milioni. Ma il potenziamento della desalinizzazione e della purificazione degli scarichi, sarà in grado di dare una risposta ai bisogni. Con grande ritardo si è cominciato ad utilizzare la tecnologia, lì dove le preghiere e le campagne di propaganda non sono bastate. ARIEL VITERBO |