SHALOM
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Acqua e Torą: in quel simbolismo il segreto della vita PDF Stampa E-mail
Nella bibbia sono molti gli episodi che raccontano di un popolo alla ricerca delle fonti di sostentamento.
di PAOLA ABBINA

Nella tradizione ebraica l’acqua ha sempre simboleggiato la Torà, “mayim chayim”, “acqua vitale”, ristoratrice e sostenitrice dello spirito di Israele. L’acqua è la Torà, e come tale non possiamo vivere senza di essa o rimanerne lontani per più di tre giorni. Si può digiunare ma non ci si può astenere dal bere, leggiamo la Torà ogni tre giorni come non potremmo vivere per più di tre giorni senza bere. L’acqua è il secondo elemento dopo la separazione dalle tenebre.

E’ la vita per eccellenza perché solo là dove c’è acqua c’è vita. E questo solo per citare l’importanza dell’acqua nel meraviglioso miracolo di una nuova vita: come il bambino esce dalle acque amniotiche per vedere la luce, così l’uscita dall’acqua del mikwe ripete ogni volta il momento della nascita. Ma l’immersione nelle acque rituali rappresenta anche un nuovo rapporto con la Creazione. Infatti secondo un’interpretazione talmudica i fiumi dell’Eden sono considerati come l’unico collegamento tra il nostro mondo e i giardini dell’Eden. Immergendosi nel mikwe è possibile entrare nuovamente in rapporto con la Creazione originaria venendo così a creare un circolo senza fine.

Il Mar Rosso, la roccia battuta da Mosè e la cantica di Miriam sono tutti episodi di una sola parashà legati all’acqua. I Maestri si sono occupati lungamente dell’episodio dell’apertura del Mare, che ha rappresentato la definitiva sconfitta dell’Egitto e l’inizio della vita del popolo d’Israele. Si è interpretata questa sconfitta come una “conversione dell’intero popolo” al momento dell’uscita dall’Egitto. Secondo alcuni il passaggio del Mar Rosso avrebbe rappresentato una sorta di “mikwe”, di bagno rituale sancendo così definitivamente la nascita del “ popolo ebraico” in quanto tale. Ma come parlare di mikwe, se in fondo gli ebrei non si sarebbero neanche bagnati?

Il Midrash racconta che quando Mosè stese il suo braccio sul Mare così come comandato da Dio, non accadde assolutamente nulla fino a che il capo della tribù di Giuda non capì che il segreto della salvezza del popolo era proprio la fede: toccava al popolo dimostrare la sua fiducia in Dio prima che Egli agisse. Si buttò quindi in acqua e di conseguenza il Mare si aprì. Ecco così che l’acqua assume un’altra valenza fondamentale nella vita di un individuo: la fiducia. Dopo essere uscito dall’Egitto il popolo ebraico arriva alle “acque amare” e giunge a Refidim ma qui non c’è acqua. Dopo le proteste del popolo Dio ordina a Mosè di prendere la verga con la quale erano stati operati i miracoli. Mosè batte la roccia, l’acqua esce e disseta le genti. Non è un caso che tutti questi episodi si svolgono intorno all’acqua, alla Torà appunto. Così come l’acqua infatti, anche la Torà viene dal cielo e, così come non si può vivere senz’acqua, così non si può senza Torà.

La Torà ci sta insegnando che la vita del popolo d’Israele, finalmente libero, non può che essere basata sulla Torà. Ma i maestri insegnano anche come la Torà non può essere “bevuta” senza che sia chiara in tutte le sue interpretazioni. Ad Elim questo principio viene chiarito meglio. Lì ci sono dodici fonti d’acqua, una per Tribù come a dimostrare che ognuno deve trovare la propria via nello studio.

PAOLA ABBINA

 
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