
La storia del lampadario Baraffael è un viaggio nel tempo che ha conosciuto un momento cruciale circa 25 anni fa, durante un restauro che si è rivelato non solo un’operazione tecnica, ma una vera e propria indagine storica.
La donazione e il mistero
Per 240 anni si credette che il donatore fosse un membro della famiglia Vivanti. Questo perché l’unica parola leggibile sul lampadario ossidato era “Khai” (חַי), che in ebraico significa “vita” e che spesso corrisponde al cognome ebraico-romano “Vivanti”.
Il restauro e la scoperta: la dott.ssa Daniela Di Castro, all’epoca direttrice del Museo Ebraico di Roma, promosse una raccolta fondi tra tutti i discendenti dei Vivanti. La sorpresa avvenne durante la pulitura: sotto l’ossidazione emersero chiaramente i tre cartigli che rivelarono l’identità del vero donatore: Iosef Khai Baraffael, che lo donò alla Scola Nova nel 1760.
Le iscrizioni: una promessa eterna
Le iscrizioni, tradotte dall’ebraico, sono un testamento di fede e di amore familiare:
1. Dedicazione e Memoria: Iosef Khai Baraffael dona il lampadario in ricordo delle anime dei suoi defunti (genitori, fratelli, sorelle, nipote) e per la protezione dei suoi nipoti viventi e di sua moglie, Debora.
2. Destinazione liturgica: specifica che il lampadario doveva essere acceso ogni giorno davanti al duchan (il pulpito per le benedizioni sacerdotali), eccetto che durante le Feste dei Tre Pellegrinaggi, quando sarebbe stato sostituito da un altro.
3. Impegno spirituale: la donazione includeva anche la recita quotidiana del Kaddish (la preghiera per i defunti) dopo la preghiera del mattino (Shachrit), per sempre. La data precisa è la vigilia di Shavuoth del 5520 (20 maggio 1760).
Il Capolavoro dell’Argentiere del Papa
· Artigiano: Gaspare Vanneschi, un argentiere di così alto livello da lavorare per il Papa.
· Datazione e marchio: realizzato nel 1759-1760, reca il marchio di garanzia della Zecca Pontificia, attestandone la purezza dell’argento.
· Tecnica e materiali: è in argento massiccio, lavorato con tecniche superlative: sbalzo, cesello, bulino e fusione.
· Misure: imponente (165 cm di altezza per 95 cm di base) eppure, come giustamente notato, di una grazia e leggerezza sorprendenti.
· Simbolismo e struttura: La struttura piramidale è un chiaro simbolo di ascensione spirituale verso Dio.
A livello della base, da una bella piastra d’argento si dipartono otto delicati rami decorativi in argento, alla fine dei quali sono cesellate tre bellissime foglie di acanto, che sorreggono ognuno un candeliere con due fuochi. Lo stesso schema di disposizione dei rami si ripete più in alto al secondo livello, mentre al terzo livello, il più alto sono presenti solo tre rami, con i rispettivi candelieri. Poco sopra il terzo livello sono presenti tre galli in argento dorato, emblema della famiglia Baraffael. Dalla sommità dell’asta si dipartono infine cinque foglie lanceolate con alla sommità un fiore aperto. La lavorazione e la raffinata decorazione lo rendono veramente unico.
Un ritorno alla luce che ridà un nome
Il finale di questa storia è potentissimo. Il restauro non ha solo riportato alla luce lo splendore dell’argento, ma ha restituito alla storia il nome del suo vero donatore, Iosef Khai Baraffael. La famiglia Vivanti, che aveva generosamente contribuito credendo fosse un proprio antenato, fu informata della scoperta e partecipò comunque alla gioia della presentazione.
Il lampadario Baraffael non è solo il più grande e antico lampadario sinagogale al mondo giunto fino a noi in così ottimo stato. È un monumento alla memoria, che grazie a un attento restauro ha sconfitto l’oblio, ridando voce e identità a una famiglia la cui ultima discendente diretta morì nel 1965 e il cui resto fu tragicamente sterminato ad Auschwitz.
La sua presenza oggi nel Museo Ebraico di Roma è un richiamo silenzioso ma potentissimo a ricordare che dietro ogni oggetto d’arte c’è una storia umana, fatta di devozione, amore e una profonda speranza di eternità.
Grazie per avercelo ricordato.












