
Il 4 gennaio 1944 non è soltanto una data della storia di Roma. È una linea di confine morale che interroga ancora oggi la politica, le istituzioni e la coscienza democratica del Paese. Quel giorno, dal carcere di Regina Coeli, uomini innocenti furono strappati alle loro vite e deportati nei campi di concentramento e sterminionazisti. Non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che erano e per ciò che pensavano.
Domenica 4 gennaio 2026, al Cimitero Monumentale del Verano, presso il Muro del Deportato, Roma Capitale e l’ANED hanno rinnovato un gesto che non è solo commemorativo, ma profondamente politico: ricordare i cittadini romani deportati il 4 gennaio 1944 significa riaffermare che la Repubblica nasce anche dal sacrificio di quei corpi e di quelle coscienze.
Alla cerimonia, oltre al sottoscritto, erano presenti il Delegato del Sindaco di Roma Capitale, Eugenio Patanè, Assessore alla Mobilità, Livia Ottolenghi in rappresentanza dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Vicepresidente e Assessore alla Memoria della Comunità Ebraica di Roma Carola Funaro, Lello Dell’Ariccia per il Progetto Memoria, Aldo Winkler e il Presidente ANED della Sezione di Genova Filippo Biolè. Una presenza plurale che ha dato concretezza istituzionale e civile al dovere della memoria.
“Davanti al Muro del Deportato ricordiamo una ferita ancora aperta della storia di Roma – ha dichiarato Carola Funaro – Tra i deportati vi furono ebrei romani, già colpiti dalla razzia del 16 ottobre, come gli zii di mia nonna materna. Molti furono arrestati anche nelle settimane successive, come il mio bisnonno paterno.La Shoah è un unicum storico: non si relativizza, non si equipara, non si piega ad altri conflitti o narrazioni. Onorare la memoria significa custodirne la verità storica, senza distorsioni né strumentalizzazioni”.

La deportazione politica italiana è stata a lungo marginalizzata nel racconto pubblico. Eppure, fu uno degli strumenti centrali del nazifascismo per annientare ogni forma di dissenso. Antifascisti, militari, civili, oppositori politici ed ebrei furono accomunati dallo stesso destino di annientamento. La repressione non colpiva solo individui, ma l’idea stessa di libertà.
Il convoglio partito da Regina Coeli attraversò l’Europa su vagoni piombati, passando per Dachau e giungendo infine a Mauthausen, il campo destinato allo sterminio attraverso il lavoro. Dei circa trecento uomini deportati, solo 257 furono immatricolati. Di questi, poco più di una sessantina sopravvisse. Una strage silenziosa, registrata con fredda burocrazia negli atti della Questura di Roma.
Tra i deportati vi erano anche ebrei romani, già colpiti dalle leggi razziali e dalla persecuzione antisemita: Mario Limentani, Angelo Anticoli, Vittorio Astrologo, Davide Di Segni, Pacifico Moresco, Renato Pace, Angelo Salmoni, Eugenio Sonnino, Giacomo Spizzichino, Giacomo Vivanti, Giacomino Zarfati. Dare nome e volto a queste persone non è un esercizio retorico, ma un atto politico: significa rifiutare la riduzione della Shoah e della deportazione a una semplice contabilità della morte.
Mario Limentani, la cui storia è ricostruita nel volume La scala della morte di Grazia Di Veroli, rappresenta una testimonianza esemplare della deportazione politica e razziale italiana. Con lui viaggiavano prigionieri politici di primo piano, antifascisti di diverse culture politiche, uniti non da un’ideologia unica ma da una scelta comune: non piegarsi.
Prima della cerimonia al Verano, insieme a Filippo Biolè, Presidente ANED della Sezione di Genova, mi sono recato a Regina Coeli per deporre un mazzo di fiori. Siamo stati accolti dal Comandante del carcere, Francesco Salemi, e da Padre Vittorio, Cappellano di Regina Coeli. Un gesto semplice, ma necessario. Perché la deportazione non iniziò nei campi lontani, bensì nel cuore di Roma, sotto lo sguardo complice di uno Stato che aveva rinunciato alla legalità e alla dignità umana.
La presenza delle istituzioni al Muro del Deportato non è un atto formale. È l’assunzione di una responsabilità. In un tempo in cui la memoria viene spesso relativizzata, piegata o strumentalizzata, ricordare il 4 gennaio 1944 significa riaffermare che l’antifascismo non è un’opzione ideologica, ma il fondamento stesso della nostra democrazia costituzionale.
La memoria non è neutra. O è presidio democratico, o diventa terreno di rimozione e revisionismo. Ricordare la deportazione politica e la persecuzione razziale significa difendere la Costituzione, i diritti, la libertà di dissentire. Perché senza memoria non c’è giustizia. E senza giustizia, non c’è futuro.















