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    ISRAELE

    Be’eri, una sola casa resterà in piedi: la memoria del 7 ottobre e la scelta di guardare avanti

    Nel kibbutz Be’eri, uno dei luoghi più duramente colpiti dal massacro del 7 ottobre, resterà in piedi una sola abitazione. Tutte le altre case verranno demolite e ricostruite, in un tentativo di conciliare memoria e futuro.

    L’edificio che non sarà abbattuto è la casa della famiglia Dvori, destinata a rimanere per almeno cinque anni come testimonianza di quanto la comunità ha vissuto. Successivamente, secondo gli impegni dello Stato, dovrebbe essere trasferita in un’area commemorativa o in un museo dedicato alle vittime del kibbutz.

    La decisione è maturata dopo settimane di dibattito interno, spesso aspro. Le posizioni erano divergenti: alcuni chiedevano di conservare tutte le case distrutte, altri solo alcune, altri ancora volevano cancellare ogni traccia visibile della distruzione. Alla votazione finale hanno partecipato centinaia di membri del kibbutz, 196 dei quali hanno votato a favore e 146 contro.

    Tra le argomentazioni contrarie, Yogev Dvori ha spiegato come “la commemorazione deve riguardare le persone che abbiamo perso, non gli edifici. Be’eri deve tornare a vivere”. Una posizione condivisa dalla leadership del kibbutz, che ha sottolineato come la presenza di case bruciate possa risultare insopportabile per molti dei sopravvissuti.

    La soluzione di compromesso è stata lasciare una sola casa come simbolo di memoria. La casa dei Dvori è stata scelta perché si trova ai margini del quartiere Carmela, una delle zone da cui è partita l’infiltrazione dei terroristi, vicino ai campi agricoli, e non farà parte del paesaggio quotidiano dei residenti quando torneranno a vivere nel kibbutz.

    Inoltre, il 7 ottobre la famiglia non era in casa: due giorni prima era partita per una breve vacanza a Paphos, a Cipro. Yogev racconta: “Ognuno di noi aveva con sé solo un piccolo bagaglio a mano. In pratica, è tutto ciò che ci è rimasto”. Nonostante l’assenza delle persone, i terroristi incendiarono la casa prima di proseguire il massacro nel resto del kibbutz. Soggiorno, cucina e camere da letto furono distrutte, mentre solo la stanza sicura riportò danni minori.

    In totale, oltre 130 abitazioni saranno demolite. Anche la casa dei Dvori non è destinata a restare lì per sempre, sebbene Yogev esprima forti dubbi sulla possibilità concreta di spostarla: “Non vedo come riusciranno a trasferirla. Non ne è rimasto nulla”.

    La famiglia tornerà a vivere a Be’eri nel 2027, in una nuova abitazione in un altro quartiere. Nonostante il legame profondo con il kibbutz, il peso del trauma è ancora enorme. “Non passa un solo giorno senza che il 7 ottobre venga nominato”, dice Yogev.

    Anche sul piano economico la ferita è aperta. L’officina di riparazione motociclette gestita da Yogev fatica a riprendersi: molti clienti sono stati uccisi o non sono tornati. “Ho cancellato uno per uno i nomi dei clienti morti”, ricorda. “Abbiamo perso persone, amici, e anche il nostro lavoro ne porta i segni”.

    Per molti abitanti, il punto non è come ricordare, ma come rientrare in possesso della propria vita. A Be’eri la ricostruzione riguarda non solo le case, ma anche e soprattutto le persone. La memoria non va cancellata, ma nemmeno deve imprigionare chi vuole tornare a vivere.

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