
Secondo i dati pubblicati di recente dalla Conference on Jewish Material Claims Against Germany, la popolazione mondiale di sopravvissuti alla Shoah è scesa a circa 196.000 persone, un numero che riflette la progressiva diminuzione di una generazione testimone diretta della Shoah.
L’associazione, con sede a New York, rileva inoltre che quasi la metà di questi sopravvissuti vive oggi in Israele — circa 97.600 individui — mentre il resto è distribuito tra Stati Uniti, Francia, Russia, Germania e altri Paesi. Il rapporto sottolinea che la grande maggioranza dei sopravvissuti — circa il 97% — sono classificati come “child survivors”, ovvero persone che avevano meno di 18 anni al momento della liberazione dai campi di sterminio e oggi hanno in media 87 anni di età. Solo una piccolissima parte, poco più dell’1%, ha superato i cento anni.
Questa riduzione numerica non segna soltanto la perdita fisica di chi ha vissuto la Shoah, ma anche della memoria collettiva tangibile di quegli eventi: con il passare degli anni progressivamente si spegne la voce diretta di chi fu testimone o vittima delle atrocità naziste.
Il rapporto della Claims Conference, istituita nel 1951 per negoziare compensazioni con la Germania e sostenere i sopravvissuti, rappresenta ogni anno un appuntamento importante per le comunità ebraiche globali. I numeri di quest’ultima edizione evidenziano non solo l’invecchiamento inevitabile di una generazione, ma anche la centralità di Israele come luogo di vita per molti sopravvissuti e come custode della memoria storica.
Nel contesto delle sfide contemporanee, tra cui l’aumento di antisemitismo in alcune società e i dibattiti sulla memoria storica, il dato dei sopravvissuti rimasti è un monito tanto personale quanto collettivo: la necessità di preservare testimonianze dirette nonostante il lento calare del sipario su chi quelle esperienze le ha vissute in prima persona.












