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    ROMA EBRAICA

    La lezione di Rom sull’identità ebraica

    Subito dopo l’attacco terroristico di Bondi Beach, avvenuto il 14 dicembre in Australia, l’appello più forte lanciato all’interno delle comunità del mondo è stato quello in cui si esortavano gli ebrei in ogni paese ad accendere i lumi della chanukkià con grande convinzione e consapevolezza, ricordando ancora una volta come l’unica risposta contro ogni minaccia antisemita debba essere soltanto la continuità dell’identità ebraica e il suo rafforzamento. È un dato di realtà che abbiamo ascoltato nei racconti di chi ha attraversato i momenti più drammatici del secolo scorso, ed è ciò che continua a emergere anche oggi, nel tempo che stiamo vivendo.

    Nel pieno della tempesta iniziata il 7 ottobre 2023, in molti è riemersa con forza la necessità di rimettere l’ebraismo al centro della propria esistenza: nella vita quotidiana, nelle scelte, anche nelle situazioni estreme. Noi, come le giovani generazioni, siamo testimoni e protagonisti di questo passaggio storico, di un’epoca in cui l’identità ebraica conosce una stagione di rinnovata consapevolezza, capace di superare confini geografici e generazionali, e di resistere a ogni tentativo di soffocamento.

    Le parole di Rom Braslavski, 738 giorni prigioniero nei tunnel di Gaza e vittima di abusi atroci, pronunciate durante la sua visita a Roma davanti ai bambini delle scuole ebraiche, restituiscono con chiarezza il senso di tutto questo. La sua prima espressione di felicità è stata nel vedere i ragazzi con la kippah in testa: «Amatevi l’un l’altro, siate uniti. Non dovete avere paura, ma siate orgogliosi di essere ebrei. Studiate, fate mitzvot, mostrate a tutti la forza del nostro popolo». Rom ha poi acceso il primo lume di Chanukkà insieme a Sami Modiano, sopravvissuto alla Shoah, alla Casa di Riposo. Il loro abbraccio è destinato a restare uno dei momenti più significativi nella storia recente della Comunità Ebraica di Roma. È la rappresentazione concreta di una continuità che attraversa le generazioni: la stessa identità ebraica capace di illuminare i tunnel di Hamas come i luoghi più bui del Novecento, per rinascere ogni volta più forte.

    Lo abbiamo visto anche nelle immagini che hanno mostrato al mondo intero alcuni rapiti israeliani accendere la chanukkià nei tunnel di Gaza, poco prima di essere assassinati. E lo ascoltiamo nei racconti di chi, in quell’inferno, ha scelto di continuare a pregare, recitare lo Shemà, rispettare lo Shabbat, digiunare a Yom Kippur nonostante la fame. Nella storia della nostra comunità, un esempio emblematico è quello di Romeo Salmonì, ebreo romano sopravvissuto ad Auschwitz, che scelse di digiunare nel campo di sterminio. Un suo nipote, che oggi vive in Israele, ha raccontato che Romeo, sotto una pioggia di pugni di una guardia del campo, mise da parte la brodaglia – unico pasto dei prigionieri – per consumarla solo la sera, all’uscita del digiuno di Kippur. «Era un modo per restare radicato alla sua umanità e alla sua identità ebraica», mi ha spiegato.

    La differenza tra ieri e oggi sta nel fatto che ora siamo noi a vivere in prima persona questa fase di rinnovata consapevolezza. Siamo noi a dover decidere cosa fare della lezione che ci viene consegnata dai testimoni di oggi: su come custodire, rafforzare e mantenere sempre viva l’identità ebraica. È un tema che riguarda l’ebraismo globale e che interpella anche la nuova leadership degli ebrei italiani.

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