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    ISRAELE

    Il nemico più pericoloso di Israele non è fuori dai confini

    Pubblichiamo di seguito l’articolo del numero di Shalom Magazine di gennaio-febbraio 2026 intitolato “Orgoglio e pregiudizio. L’identità ebraica nella tempesta antisemita”. Il giornale è disponibile nei consueti punti di distribuzione.

    C’è una minaccia che non arriva con razzi, droni o tunnel. Non indossa uniformi né sventola bandiere ostili. È una minaccia silenziosa, profonda, antica quanto il nostro popolo: il, in ebraico, “pilug ba’am”, la divisione interna. È questo, oggi, il pericolo che dovrebbe preoccuparci più di ogni altro.

    Israele è una società viva, intensa, passionale. Il dibattito fa parte del nostro DNA nazionale. Discutiamo, litighiamo, dissentiamo. Ma negli ultimi anni – e in modo drammatico anche prima del 7 ottobre – il dissenso ha lasciato spazio a qualcosa di più tossico: una polarizzazione estrema che trasforma l’avversario politico, religioso o culturale in un nemico esistenziale.

    Un esempio evidente è la figura del primo ministro Benjamin Netanyahu. Non per entrare nel merito delle sue scelte o del suo operato, ma perché rappresenta uno dei punti di maggiore frattura del Paese. Da un lato, frange estreme del fronte anti-Netanyahu sono arrivate, prima della guerra, a minacciare il rifiuto del servizio militare. Una linea rossa gravissima: quando l’IDF diventa strumento di pressione politica, la sicurezza di Israele viene messa seriamente a rischio. Dall’altro lato, anche nel campo opposto, esistono estremisti convinti che ogni crisi, ogni fallimento, ogni tragedia sia il frutto di complotti orchestrati da chi si oppone a “Bibi”. Due estremismi che si alimentano a vicenda e che avvelenano il dibattito pubblico.

    Ma Netanyahu è solo un esempio. Il problema è molto più ampio. Lo vediamo nello scontro crescente tra sionismo religioso e mondo laico. C’è chi accusa i religiosi di essere messianici, di voler trascinare il Paese in guerre infinite per un’idea assoluta della Terra d’Israele. E c’è chi, dall’altra parte, accusa i laici di debolezza, di aver perso il legame con la terra, con la storia, con il senso della missione nazionale. Anche qui, due narrazioni radicali che semplificano, generalizzano, disumanizzano.

    Eppure, la maggioranza silenziosa del Paese non si riconosce in questi estremi. La gente normale – religiosi e laici, di destra e di sinistra – non vuole una guerra civile. Vuole vivere. Vuole sicurezza. Vuole unità. Vuole “Achdut”.

    La storia del popolo ebraico ci insegna una lezione dolorosa ma chiarissima: non sono stati solo i nemici esterni a distruggerci. Il Secondo Tempio non cadde soltanto per mano romana, ma per l’odio gratuito, per le divisioni interne. Ogni volta che abbiamo smesso di riconoscerci come parte dello stesso destino, abbiamo pagato un prezzo altissimo.

    I nostri nemici di oggi – Hamas, Hezbollah, l’Iran – non fanno distinzioni. Per loro non esistono ebrei “giusti” o “sbagliati”. Non importa se sei religioso o laico, di destra o di sinistra, sostenitore o critico del governo. Per loro sei solo un ebreo da colpire. Questa è la verità più semplice e più dura.

    La risposta non è il silenzio né il pensiero unico. Le discussioni sono legittime, necessarie, persino sane. Ma c’è una linea invalicabile: è vietato, moralmente e storicamente, trasformare il fratello in nemico. È nostro dovere rifiutare gli estremismi, non seguirli, non legittimarli. Cercare il dialogo, ascoltare davvero, accettare che l’altro non sia una minaccia ma una parte del nostro stesso popolo.

    Se riusciremo a superare questo bivio, Israele ne uscirà più forte, più resiliente, più unito. Ma questa responsabilità non è solo dei leader. È di ognuno di noi. Nelle parole che usiamo, nei giudizi che diamo, nelle scelte che facciamo ogni giorno.

    Il vero fronte oggi passa anche da qui: dalla capacità di restare un popolo solo, anche nelle differenze. Perché senza ACHDUT, Unione, nessuna vittoria militare potrà mai bastare.

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