
Guardare al futuro, per comprendere meglio il presente. Con questo spirito si è tenuta ieri sera, presso il Museo Ebraico di Roma, la presentazione del volume “2126. Il futuro degli ebrei” (Sopher), a cura di Emanuele Calò, Sergio Della Pergola, Rav Riccardo Shemuel Di Segni, Francesco Lucrezi e Luciano Baruch Tagliacozzo. L’incontro, organizzato dalla Fondazione Museo Ebraico di Roma, ha visto la partecipazione di Alessandro Luzon, vicepresidente vicario della Comunità Ebraica di Roma e degli autori, ad eccezione di Luciano Baruch Tagliacozzo. Presente anche l’Ambasciatore d’Israele Jonathan Peled e la Presidente della Fondazione per il Museo Ebraico di Roma Alessandra Di Castro.
Il libro non si presenta come un esercizio di fantascienza né come una profezia, ma come una riflessione razionale e storicamente fondata su due paure che attraversano il presente: il ritorno dell’antisemitismo e il rischio di una progressiva dissoluzione dell’identità ebraica, nazionale e religiosa. La scelta simbolica dell’anno 2126 consente agli autori di proiettare nel futuro le tensioni già visibili oggi, utilizzando la storia come strumento di analisi e non come rifugio nostalgico.
Nel suo intervento, Rav Riccardo Shemuel Di Segni ha affrontato il tema della religione ebraica come sistema dinamico, capace di confrontarsi con le sfide tecnologiche senza rinunciare ai propri fondamenti. Dalle questioni poste dalla carne coltivata all’uso dell’intelligenza artificiale in ambito decisionale, fino ai dilemmi sull’identità ebraica legati a tecnologie riproduttive futuristiche, Di Segni ha delineato un futuro in cui la Halakhà sarà chiamata ancora una volta a misurarsi con l’inedito, in un contesto sempre più pluralistico.
Sergio Della Pergola ha invece spostato l’attenzione sui dati demografici e sugli equilibri geopolitici. La crescita dei gruppi più religiosi, in particolare degli haredim, è destinata a trasformare profondamente la società israeliana e le comunità della diaspora. Al tempo stesso, il futuro del popolo ebraico dipenderà dalla capacità di trasmettere identità e appartenenza in un mondo in cui assimilazione e riduzione numerica della diaspora restano rischi concreti. Un passaggio centrale della discussione ha riguardato l’antisemitismo, analizzato da Francesco Lucrezi non solo come pregiudizio, ma come una vera e propria “psicosi collettiva”, capace di mutare linguaggio e forme senza mai scomparire del tutto. Dall’antigiudaismo classico all’antisionismo assoluto, fino al negazionismo mascherato, l’odio antiebraico continua a riproporsi adattandosi ai codici del tempo.
Emanuele Calò ha infine allargato lo sguardo al contesto globale, esprimendo forte preoccupazione per l’abbandono del metodo razionale e scientifico a favore di narrazioni ideologiche e scorciatoie logiche. In questo quadro, la rimozione della memoria storica – a partire dalla Shoah – rappresenterebbe non solo un pericolo per gli ebrei, ma una minaccia al fondamento morale dell’intera civiltà.
Nel suo saluto istituzionale, il vicepresidente Luzon ha sottolineato come il volume guardi al futuro senza perdere il radicamento nella storia: “Proiettando l’analisi a un secolo da oggi, gli autori ci sollecitano a confrontarci con questioni centrali: la persistenza dell’antisemitismo, il valore della memoria, il rapporto tra ragione, etica e progresso”. Un richiamo che, ha aggiunto, chiarisce come “il volume non sia un esercizio di immaginazione futuristica, ma un invito responsabile a riflettere sul presente, attraverso lo sguardo lungo della storia”. Nel complesso, ‘2126. Il futuro degli ebrei’ suggerisce che la sopravvivenza ebraica tra cent’anni non dipenderà soltanto dalla forza militare o dalla continuità biologica, ma dalla capacità di custodire la propria storia, trasmettere significati e dialogare con il mondo senza rinchiudersi in una fortezza identitaria.












