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    ITALIA

    Alessandro Della Seta, l’archeologo cancellato dalle leggi razziali

    Nel corso dei miei studi universitari mi sono imbattuta nella figura di Alessandro Della Seta (1879-1944), uno studioso che ho trovato subito straordinariamente interessante. Più mi avvicinavo alla sua storia, più sentivo il bisogno non solo di conoscerla meglio, ma anche di raccontarla, perché il suo nome – oggi poco ricordato – occupa in realtà un posto centrale nella storia dell’archeologia italiana del Novecento.
    Nel panorama degli studi sull’antico, Della Seta emerge come uno studioso rigoroso e lungimirante, capace di segnare una stagione decisiva per la ricerca sul Mediterraneo. Decorato con la Croce di Guerra per il servizio sul fronte trentino durante la Prima guerra mondiale, nel 1919 assunse la direzione della Scuola Archeologica Italiana di Atene, incarico che avrebbe mantenuto per quasi vent’anni.
    Sotto la sua guida, la Scuola conobbe un periodo di straordinaria vitalità scientifica. Gli scavi a Lemno e in Asia Minore, insieme alle numerose pubblicazioni che ne derivarono, contribuirono a rafforzare il ruolo dell’archeologia italiana nel contesto internazionale. Parallelamente, Della Seta svolse un’intensa attività accademica come docente alla Sapienza di Roma, distinguendosi come profondo conoscitore dell’arte greca e come figura di raccordo tra l’università italiana e i principali centri di ricerca europei.
    Appartenente a quella generazione di intellettuali che fecero dell’università un vero spazio di dialogo culturale, Della Seta era anche pienamente inserito nella tradizione dell’ebraismo italiano colto e integrato. La sua identità ebraica, per lungo tempo un semplice dato biografico, non aveva mai costituito un ostacolo alla sua carriera. Al contrario, era considerato una delle voci più autorevoli dell’archeologia classica e dell’arte greca. Collaborò a lungo con il Museo Etrusco di Villa Giulia, contribuendo allo studio di materiali e contesti che ancora oggi costituiscono il nucleo fondamentale delle collezioni. Il suo nome circolava con naturalezza negli ambienti universitari e nelle principali istituzioni culturali, in Italia e all’estero.
    Questo percorso lineare e brillante si interruppe bruscamente nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali fasciste. Da un giorno all’altro, la sua provenienza ebraica – fino ad allora irrilevante sul piano pubblico – divenne motivo di esclusione. Come molti altri docenti ebrei, Della Seta fu allontanato dalla cattedra alla Sapienza e privato di ogni incarico scientifico e istituzionale, comprese le attività legate al Museo di Villa Giulia e alle missioni archeologiche.
    Non si trattò soltanto di una tragedia personale. La sua estromissione rappresentò un grave impoverimento per l’intera comunità accademica italiana. Della Seta venne sospeso nel pieno della sua maturità intellettuale, proprio nel momento in cui avrebbe potuto offrire contributi decisivi allo sviluppo dell’archeologia, sia sul piano metodologico sia su quello internazionale. La stessa Scuola Archeologica Italiana di Atene perse una figura di riferimento fondamentale, in una fase cruciale per il ruolo culturale dell’Italia nel Mediterraneo.
    I suoi studi sulla scultura, sull’iconografia e sulla topografia antica, così come le sue analisi sui materiali etruschi di Villa Giulia, furono di fatto congelati. Una perdita che non colpì solo lui, ma anche le generazioni di studenti che avrebbero potuto formarsi alla sua scuola.
    Costretto a lasciare in silenzio ogni incarico, Della Seta si ritirò a Pavia, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita in solitudine. Morì nel settembre del 1944, amaramente ignaro di essere stato reintegrato nei suoi incarichi appena quattro mesi prima. Alla sua morte, il suo nome era ormai scomparso dal panorama pubblico.
    Rileggere oggi la storia di Alessandro Della Seta significa, per me, recuperare un frammento essenziale della cultura italiana: quella di un accademico che contribuì a costruire la Sapienza moderna, di un protagonista del dialogo internazionale sull’antico e di un intellettuale ebreo la cui vita fu stravolta da un sistema di discriminazioni tanto assurdo quanto distruttivo.
    Restituirgli un posto nella memoria collettiva non è soltanto un atto di giustizia storica, ma anche un invito a riflettere su quante energie, competenze e intelligenze l’Italia abbia sacrificato sull’altare dell’intolleranza.

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