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    Alla rassegna “Rendez-vous” arrivano dalla Francia due (grandi) ritratti di donne ebree

    Due ritratti di donne ebree dominano la prestigiosa rassegna “Rendez-vous”, dedicata al nuovo cinema francese che giunge quest’anno alla sua XII edizione. Una donna ebrea di ieri e l’atra dei nostri giorni.  L’attrice Sandrine Kiberlain porta all’interno della kermesse la sua opera prima da regista dal titolo “Une jeune fille qui va bien”. Parigi, estate 1942. Irene è una giovane ragazza ebrea che sta vivendo lo slancio dei suoi 19 anni. La sua famiglia la guarda scoprire il mondo, le sue amicizie, il suo nuovo amore, la sua passione per il teatro… Irene vuole diventare un’attrice ma i tempi sono terribili.

     

    La Kiberlain per raccontare le terribili conseguenze delle persecuzioni razziali fasciste in Francia, sceglie di lavorare in sottrazione. Nulla di urlato o di disperato ma un ritratto di giovane donna piena di speranze che cerca di realizzarsi in un momento storico oltre ogni immaginazione. Speranze che alla fine vengono spezzate. “Une jeune fille qui va bien” è un film di formazione in cui la regista preferisce suggerire che mostrare, la guerra c’e’ ma non si vede, e grazie alla magnifica prova della sua protagonista, Rebecca Marden, les jeux sont faits…

     

    Il secondo film, “Rose”, è anche questo firmato da una donna, Aurélie Saada, e ci riporta ai nostri giorni. Rose è un’ebrea di origini tunisine a Parigi. Rimasta vedova decide a 78 anni di riprendere la sua vita. In suo aiuto arrivano i tre figli: Pierre, medico impeccabile e ortodosso sul piano religioso; Sophie, coreografa ancora innamorata dell’ex marito; Léon, eterno ragazzo che non è riuscito a costruirsi un’esistenza stabile.

     

    Rose pensa che non ci sia più niente di fronte a lei, finchè, davanti ai problemi dei figli e all’insensatezza dell’esistenza, non decide di prendersi cura del proprio corpo e di tornare a sentirsi donna. Una decisione particolarmente criticata che crea disagio ai suoi figli ma non a se stessa. La regista usa toni leggeri, quasi da soap, mescolandoli con altri più seri senza diventare mai seriosa. Il confronto, in particolare, con il figlio “serio” ed “ortodosso”, è molto spassoso senza mai diventare offensivo. La giusta scelta poi dei volti premia, la regista, così, rimanendo quasi sempre incollata ai loro primi piani, le permette di costruire una girandola di emozioni profondamente umane. Rose, con gesti semplici ma decisi, che nascono dal suo carattere carismatico, apre i rubinetti della sua vita rimasti per troppo tempo chiusi liberando una voglia di vivere per lei inusitata.

     

    Cosi, la regista  Saada ci propone il punto di vista di una donna che si libera dai suoi fardelli invisibili per godere gli ultimi attimi di vita terrena. “Rose” è la rivoluzione intima di una donna ebrea che riesce a buttare giù tutti i muri dei pregiudizi anche religiosi.

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