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    Il museo Ebraico di Bologna: un piccolo grande polo di cultura

    Visite  guidate serali, corsi, spettacoli teatrali, mostre e molto altro; questa è l’offerta culturale del museo Ebraico di Bologna. Una realtà interattiva e dal forte valore sociale per la città; punto di riferimento per la conoscenza del ricco e straordinario patrimonio storico-artistico. Shalom ha intervistato Enza Maugeri, direttrice del museo, lieta di esporre la responsabilità socioculturale che questo museo rappresenta per l’Italia, e com’è stata la ripresa dalla fase acuta della pandemia.

     

     

    Cosa può scoprire un visitatore all’interno del Museo Ebraico di Bologna? 

    Il nostro museo si trova nel cuore della Bologna medioevale, ma anche quella che è la Bologna ebraica che ha una storia molto antica, risalente ai primi decenni del 1300; storia che poi si interrompe bruscamente a fine del 1552, a causa del ghetto pontificio. Dopo alcuni secoli di interruzione, la comunità bolognese si riprende poi in epoca napoleonica, dunque, tra fine 700 e inizio 800. E ha da quel momento una vita continuativa, fino ad oggi, passando chiaramente per la storia novecentesca, dunque le leggi razziali, le deportazioni e la Shoah. Per giungere poi alla rinascita di una comunità seppur piccola molto attiva, segnata simbolicamente dalla ricostruzione della bellissima sinagoga in stile Liberty, che subì i bombardamenti e fu ricostruita e riconsacrata nel 1954. Questa parte storica ben documentata interessa una sezione del nostro museo e i visitatori possono apprezzarla. Cerchiamo dunque di mettere in risalto non solo la storia ma anche interessanti aspetti artistici. Successivamente c’è una parte legata all’identità ebraica, con un piccolo memoriale dedicato agli ebrei deportati in Emilia-Romagna.  Il nostro è un museo medio piccolo ma nasce sin da subito con una chiara concezione della multimedialità.

     

    Quali sono le iniziative e i progetti del museo in questo momento di ripresa dopo la fase acuta della pandemia?

    Come museo, al di là del nostro percorso storico abbiamo un’attiva proposta didattica. Venendo a quelle che sono ad oggi le nostre attività estive dell’anno 2020-2021 che chiaramente devono essere riconsiderate nell’ottica della situazione generale, abbiamo ripreso con l’iniziativa “A caccia di storie”, un appuntamento settimanale per luglio e agosto che consiste in una serie di visite guidate serali, ognuna delle quali propone un tema diverso, e a loro volta sono tenute con un tono estremamente leggero essendo visite estive. Il pubblico che vi si approccia è un pubblico curioso e non ha sempre una gran conoscenza della storia ebraica, ma il fine è proprio far conoscere aspetti della storia generale e locale. Si parte dal museo e si dipana, con modalità diverse, in quello che è il nostro percorso ebraico in città. Inoltre, per l’estate abbiamo riallestito in una delle nostre sale, un percorso che avevamo fatto in occasione di una delle giornate europee della cultura, una mostra fotografica con tutti i luoghi della Bologna ebraica. Abbiamo al momento un’opera di Tobia Ravà, realizzata per una mostra che ha avuto luogo a Bruxelles, e che noi abbiamo richiesto perché illustra lo spettacolo che stiamo portando in tour in Romagna che si intitola “Dante e le vie degli ebrei”; un’opera con la quale noi cerchiamo di comprendere le relazioni che Dante ha avuto con gli ebrei e la cultura ebraica.

    Per noi l’estate si concluderà nel cortile del museo, con quello che da 15 anni è il nostro festival “Jewish Jazz” curato da Gabriele Coen. La stagione ripartirà con la giornata Europea, per la quale stiamo preparando la mostra per ricordare i 100 anni della nascita di Emanuele Luzzati, il museo possiede 7 grandi tavole che Luzzati fece per la prima mostra sulla cultura ebraica nel 1988 a Ferrara, che fu la prima in assoluto in cui si cominciò a parlare del patrimonio ebraico in Italia. 

     

     

    Com’è stata la ripresa dopo le varie chiusure, considerando quanto la cultura in generale, i musei, sono stati “penalizzati”?

    Non è stato facile, e non è facile ancora oggi. Il pubblico stenta ancora a venire a visitare i musei, negli ultimi anni vivevamo molto di pubblico internazionale. La ripresa c’è seppur lenta, le nostre attività sono state pensate proprio per invogliare alla ripartenza. L’idea di proporre visite all’aperto è nata anche dall’esigenza di mostrare quanto tenessimo in considerazione le norme di sicurezza. Abbiamo vissuto molto male l’inizio della pandemia, è stata un duro colpo. Non ci siamo persi d’animo però, ci siamo buttati come molte altre realtà museali sul discorso online, pian piano affinando le cose, la necessità è diventata virtù portandoci a creare “MEBWEB”. Più che le classiche lezioni, abbiamo fatto podcast, serie, e racconti, che non solo hanno riscosso successo ma sono state un modo per tenerci vicini ai nostri visitatori. Per quanto riguarda la chiusura autunnale, ci siamo allontanati di più perché c’era una sovrapposizione di offerte, ci siamo dunque concentrati sui corsi online. Abbiamo purtroppo aperto e chiuso due mostre, una delle quali è rimasta aperta solo 10 giorni. Per me è stato difficile, ci avevo lavorato molto, ma d’altronde credo sia una situazione che hanno vissuto molti altri musei. Speriamo di riprendere da ora, chiaramente la didattica delle scuole ci è molto mancata. Abbiamo potuto offrire servizi da remoto, ma gli studenti erano già oberati molto dalla DAD. Ci siamo però tenuti in contatto con gli altri musei ebraici italiani, tra questo il museo Ebraico di Roma, con il progetto “Italia Ebraica”, è stato un bel modo per tenerci uniti e condividere speranze per il futuro.

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