Skip to main content

Scarico l’ultimo numero

Scarica il Lunario 5784

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati

    Il sacro fuoco. La storia di Rabbì Shapira nel ghetto di Varsavia

    l’Eterno farà guerra ad ‘Amalèk in ogni generazione. Generazione.

    (Es. 17, 16).

    Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni di generazione e generazione. Interroga tuo padre e te lo farà sapere, i tuoi Saggi e te lo diranno.

    (Deut. 32, 7)

    La Torà nel libro di Shemòt ricorda la lotta contro ‘Amalèk, il malvagio popolo che solo per perfidia attaccò Israele progettandone la fine. ‘Amalèk è da sempre un simbolo di crudeltà con la quale noi ebrei dovremo sempre lottare nel corso della nostra storia. Ma qual è il vero e unico modo per sconfiggere ‘Amalèk? 

    I Maestri notarono che nel racconto dell’Esodo il ripetuto termine “generazione” è separato da un punto d’interruzione mentre nelle ultime parole di Moshè che trattano del futuro di Israele i termini “generazione e generazione” sono uniti tra loro. Il vero pericolo per Israele, spiegava rav Hutner, il reale rischio di sopravvivenza è solo quando non vi è un legame ebraico tra le generazioni, tra padri e figli, tra Maestri e allievi, tra giovani e adulti. È allora che ‘Amalèk può cancellare Israele.

    Il primo a capire tutto ciò fu il grande Rabbino di Piaseczno, Rabbì Kalonimus Shapira, di cui è da poco stato pubblicato il libro “Nuovi responsi di Torà dagli anni dell’ira” (ed. Giuntina). Il Maestro nacque a Grodzisk nel 1889 da una famiglia di grandi Dotti. Egli notò immediatamente come dopo la Prima guerra mondiale nelle Comunità ebraiche iniziò un momento di forte tensione tra le generazioni a causa del quale i figli e i giovani in generale si rifiutavano di portare avanti una vita ebraica legata al mondo delle Mitzvòt e allo studio della Torà. Il mondo ebraico cambiava velocemente e l’assimilazione stava prendendo il sopravvento. Rabbì Shapira decise allora di passare ogni istante della sua vita a ricostruire il rapporto tra la Torà e le nuove generazioni, costruendo scuole e Yeshivòt e cercando di formare insegnanti più adatti alla nuova mentalità componendo interi trattati sull’educazione.

    Quando nel 1940 gli ebrei furono rinchiusi nel ghetto di Varsavia, a Rabbì Shapira fu dato il permesso di recarsi in Russia o in Israele ma egli rifiutò, affermando che mai avrebbe lasciato gli ebrei di Varsavia i quali, soprattutto in un momento del genere, avevano bisogno di una guida. Egli non voleva che ‘Amalèk cancellasse il suo popolo e voleva essere una vera congiunzione tra le generazioni. Per il suo coraggio perse tutta la sua famiglia e nel novembre del 1943 fu anch’egli fucilato assieme ad altre persone deportate dal Ghetto di Varsavia al campo di lavoro di Trawniki. Ogni Shabbàt pomeriggio egli riuniva i suoi alunni e in lingua Yiddish spiegava loro la Parashà cercando di trovare sempre un consiglio per continuare a non perdere mai la propria fede e il rapporto con la Torà. La notte egli trascriveva in lingua ebraica tutto ciò che aveva insegnato e prima di morire seppellì il suo libro in un bidone di latte, a sua volta sotterrato tra le macerie del ghetto. Il libro era accompagnato da una piccola lettera indirizzata al fratello che si trovava in terra di Israele al quale chiedeva di pubblicare il testo, se questo fosse stato un giorno ritrovato. 

    … Queste sono le mie parole, le parole di tuo fratello, del tuo amico … abbattuto e piegato per le sue afflizioni e le afflizioni di tutto Israele.

    Nel 1956 Barùkh Duvdevani capo del movimento sionistico Brit Ha-Chashmonàim si recò a Varsavia e scoprì che il testo era stato rinvenuto sotto le macerie da un operaio edile e portato all’Istituto Storico Ebraico di Varsavia. Il testo fu finalmente stampato in Israele e in sostituzione del titolo scelto dall’autore “Nuovi responsi di Torà dagli anni dell’ira” fu denominato “Esh Kòdesh” – “Il sacro fuoco”, per tre motivi: in ricordo degli ebrei uccisi e bruciati nei campi di sterminio, per il fatto che le lettere che compongono il titolo sono anche le lettere iniziali dei nomi dell’autore, di suo padre e di suo figlio ucciso all’inizio dell’invasione e perché, secondo la tradizione midrashica, Dio scrisse i dieci comandamenti adoperando un fuoco nero sopra una pergamena di fuoco bianco in segno che, nonostante il dolore, Israele non abbandonerà mai la Torà.

    Concluderò con un breve riassunto di una lezione tenuta dal Rav nella sua casa del ghetto di Varsavia stipata di giovani nel Sabato della Parashà di Beahalotekhà del 1940.

    Quando l’arca partiva, Mosè diceva: “Sorgi, o Eterno, e siano dispersi i tuoi nemici, e fuggano davanti alla tua presenza quelli che ti odiano!”.(Numeri 10:35)

    Vi sono dei momenti nella vita nei quali sentiamo che l’arca della Torà si sta da noi allontanando. Non sentiamo più Dio accanto a noi. Tanti giovani per il male visto con i loro occhi sentono il Signore ormai lontano. Possiamo forse criticare questi nostri fratelli? Moshè rivolse una preghiera che anche noi ripetiamo ogni Shabbàt quando estraiamo il Sèfer dall’Aròn: Se vuoi che il Tuo popolo ti senta vicino, sorgi o Eterno e allontana da noi i veri nemici, il dolore e la tristezza riportandoci alla serenità, allora quelli che ora sembrano esecrarti torneranno a sentire l’arca della Torà accanto al loro cuore. Perché un ebreo ha sempre nascosto in se stesso il desiderio di unirsi a Dio.

    Possa Dio riportare sempre la gioia in noi e nei nostri figli e nel nostro Stato Èretz Israèl. Amèn.

    CONDIVIDI SU: