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    Il valore della parola. I manoscritti ebraici in mostra a Londra aprono nuovi percorsi d’indagine

    Secondo la tradizione ebraica il mondo è stato costruito con le parole, che hanno anche un ruolo fondamentale nei rapporti tra individui. La lettura settimanale dei brani della Torah, lo studio della tradizione orale divenuta poi scritta e tutti i testi che accompagnano le tappe della vita ebraica ne sono testimonianza. Queste opere sono state anche occasione di espressione artistica sia per lo stile delle singole lettere sia per la micrografia che ha trasformato in illustrazione il commento, nonché per le miniature che spesso accompagnavano certi volumi. 

    La mostra Hebrew Manuscripts: Journey of the Written Word in corso alla British Library di Londra, in programma fino al 6 giugno, fa conoscere questi aspetti a un grande pubblico ma allarga questa visione includendo geografie apparentemente lontane dai percorsi usuali, aprendosi a campi che vanno oltre le tappe della vita religiosa. Attraverso una selezione tra migliaia di documenti e volumi manoscritti, conservati dalla biblioteca nazionale inglese, ci si sposta attraverso secoli e destinazioni diverse. Si comprende come i testi ebraici siano stati un mezzo per mantenere l’identità nelle comunità della diaspora, ma anche una traccia che mette in luce i rapporti e influenze con il mondo circostante. È così che l’avvio della mostra è dato da un rotolo della Torah del XVII secolo proveniente da Kaifeng, una comunità cinese fondata secoli prima e che aveva fino al 1860 una propria sinagoga, per proseguire con un Tanach del X secolo proveniente dall’Egitto che dimostra una chiara influenza islamica nella decorazione geometrica. 

    Da un capo all’altro del mondo la struttura dei testi resta invariata accogliendo inevitabilmente gli stimoli visivi di ciò che vi è intorno: è vero per la Ketubbah ottocentesca realizzata a Calcutta come per il poema persiano Fath Nama scritto nello stesso periodo. Gradualmente si passa dal particolare della vita ebraica ai rapporti con i vicini, anche di natura commerciale, come la carta che ci racconta la storia di Miriam la donna ebrea che nell’Inghilterra del 1280 curava autonomamente la vendita di una casa, caso emblematico di una precoce emancipazione femminile. Man mano che ci si addentra nel percorso espositivo emergono i rapporti con l’Italia, come la censura dell’inquisizione papale tesa a cancellare passaggi e parole sospette di contenuti anticristiani e blasfemi; in una stessa teca si trova un volume compilato da Domenico Gerosolimitano nel 1596, con una lista di testi sospetti, affiancato a un manoscritto tedesco del 1307, citato dallo stesso Gerosolimitano, e firmato da diversi censori italiani. Degno di nota è lo scambio epistolare tra i consiglieri di Enrico VIII e Jacob Rafael da Modena interpellato per annullare il matrimonio con Caterina d’Aragona, cercando un appiglio biblico che potesse mettere in dubbio la validità del matrimonio levirato visto che Caterina era la vedova del fratello Arturo Tudor. 

    La scelta era ricaduta sul rabbino italiano, in quanto gli ebrei erano stati espulsi dall’Inghilterra dal 1290, che però non aveva supportato la proposta di Enrico VIII: il mancato annullamento anche da parte del Papa avrebbe portato alla frattura con la chiesa cattolica. Un altro aspetto indagato è l’interesse di alcuni intellettuali ebrei studiosi di scienze naturali, medicina e astronomia; loro il merito di aver tradotto testi arabi, latini, ed ebraici creando di fatto un ponte tra le idee greche e del mondo arabo con l’Europa cristiana. Tra questi manoscritti una copia italiana cinquecentesca del De sphaera mundi, trattato astronomico scritto da Giovanni Sacrobosco intorno al 1230, e tradotto in ebraico da Solomon Avigdor oltre trecento anni dopo. È evidente come ogni singolo pezzo esposto racconti storie di tradizione e integrazione, di emarginazione e di scienza che non smette di rivelare nuovi percorsi per gli studiosi. 

    La visita alla mostra, a seguito delle recenti restrizioni che ne hanno determinato una lunga chiusura, è possibile anche in modalità virtuale. La navigazione interattiva non si limita alla sala, ma si estende alla possibilità di sfogliare le pagine dei volumi in mostra come anche quella di visionare parte della collezione della biblioteca. Si apre così la possibilità di osservare la collezione digitalizzata e scoprire un patrimonio messo a disposizione ormai da anni. Tra i pezzi visibili sulla piattaforma basterebbe citare decine di Ketubboth, o la Torah appartenuta ad Augustus Frederick, duca di Sussex, e miniata nel XV secolo da Isaac ben Ovadia ben David, noto come Isacco da Forlì, che da sole meriterebbero un’altra esposizione.

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