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    Kappa di Kiev

    A Kiev una capra, poco prima di riprendere il cammino, sta volgendo l’ultimo sguardo a delle case desolate. Gli uomini sono già andati via lasciandosi alle spalle qualche abitazione diroccata e una sinagoga in legno, fulcro fino a quel momento della vita ebraica. Qualcuno forse è rimasto in casa, ma dopo l’ultimo attacco alla popolazione ha paura di uscire. L’artista che ha dipinto questa scena ha reso lo spazio ancora meno vivibile, scomponendo l’immagine in piani geometrici scuri che ci respingono e s’inclinano fino a farci scivolare più in basso. Gli unici colori vivaci sono quelli del cielo che però non promette nulla di buono.

     

    Quel pittore era Abraham Manievich (1881-1942), che da poco era diventato insegnante all’accademia di belle arti di Kiev, dopo aver girato varie città d’Europa. Aveva creduto che con la rivoluzione del 1917 la sua condizione sarebbe migliorata, ma l’essere ebreo e artista d’avanguardia lo rendevano poco gradito. Nel 1919 un pogrom aveva attaccato il suo shtetl e il figlio diciassettenne ne era rimasto ucciso. Aveva così deciso di lasciare il suo paese e dopo diverse tappe arrivò in America dove finì i suoi giorni.

     

    Sono passati 103 anni da quando Manievich ha dipinto quel quadro, eppure qualcosa delle preoccupanti immagini dell’attualità ci riporta a quel tempo. La paura e il pericolo stanno spingendo la popolazione a lasciare le proprie abitazioni. Quante persone ancora dovranno essere rassegnate come quella capra?

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