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    La Menorà: energia di un simbolo

    La Menorà: energia di un simbolo  

     

     

    Pubblichiamo di seguito alcuni estratti del contributo del Rabbino Amedeo Spagnoletto tratti dal catalogo della mostra “La Menorah. Culto, storia e mito” allestita presso il Museo Ebraico di Roma e Il Braccio di Carlo Magno, Musei Vaticani, nel 2017. 

     

     

    La Menorà, simbolo del popolo d’Israele fin dall’antichità, si incontra in molteplici passaggi del Pentateuco. Si tratta di brani che non superano mai la decina di versetti, in cui sono descritti dettagli relativi alla sua forma, all’ambiente entro la quale era inserita, alle figure che adempivano al rituale dell’accensione e del trasporto. A tratti la Torà informa sulla funzione che essa aveva all’interno del tabernacolo; altri libri biblici ci tramandano il numero dei candelabri presenti nel Tempio di Salomone, ma è solo attraverso l’esegesi rabbinica che si riesce a cogliere a pieno la vastità delle connessioni simboliche, intrinseche nel rapporto con altri aspetti della vita ebraica. I testi della letteratura rabbinica, proprio partendo dalle mille sfaccettature del dettato biblico, ne esaltano l’essenza spirituale, propongono nuovi filoni interpretativi, definiscono il senso da dare alle parole concise e asciutte, restituendo così a pieno il valore che la menorà ha appresentato nel corso dei millenni.

    (Menorah, legno inizio 18°secolo., Firenze)

    La Menorà nel Pentateuco

    Iniziamo con ordine ricordando che l’indicazione di edificare il tabernacolo, contenuta nel libro di Esodo dal capitolo 25 in poi, segue la promulgazione del Decalogo e la trasmissione delle altre leggi civili. Tutto ciò viene trasmesso a Mosè sul monte Sinai. I contributi richiesti per la sua costruzione e per la realizzazione di tutti gli arredi erano di due tipi: imposte procapite richieste a ogni adulto e offerte volontarie. La menorà fatta di oro puro, raccolto attraverso donazioni, è l’ultimo grande arredo del Santuario a essere descritto, anticipato dall’arca e dai cherubini che la coprivano, e dal tavolo su cui erano ordinati i pani di presentazione, sistemato proprio di fronte al candelabro. Il numero di versi dedicati alla sua descrizione è maggiore rispetto a quelli destinati agli altri oggetti, a sottolineare con dovizia i dettagli di cui era ricca.

    (Andrea Sacchi, annuncio della nascita di San Giovanni Battista a Zaccaria, 1636-1649)

    Il racconto prosegue per altri cinque capitoli con la rappresentazione di tutti gli altri arredi, delle parti edili del tabernacolo e degli abiti dei sacerdoti,  conclusione dei quali giunge la designazione divina di Bezalel ben Urì della tribù di Yehudà e di Aholiav ben Achisamakh discendente di Dan, delegati a realizzare gli elementi interpretando fedelmente le indicazioni ricevute da Mosè. Il racconto è interrotto dall’episodio del vitello d’oro, cesura frapposta fra l’ordine e la realizzazione del Santuario, tanto che secondo una interpretazione rabbinica il comando di fare il tabernacolo non è che una conseguenza del peccato di idolatria commesso dal popolo, un precetto volto a indirizzare nella giusta strada i proponimenti e la devozione della nazione ebraica. Gli ultimi capitoli dell’Esodo propongono in modo quasi speculare a quelli precedenti l’esecuzione dei lavori. Piccole differenze nell’ordine e nel linguaggio non sono trascurate nell’esegesi rabbinica dedicata a questi passi. Alla menorà si accenna ancora in un breve passaggio del Levitico dopo la elencazione delle feste. Il comando di fornire l’olio puro per il lume perpetuo che doveva ardere nel tabernacolo è rivolto per la prima volta a tutto il popolo ebraico, generando corresponsabilità e unità di intenti nell’esecuzione del precetto; alla sua accensione sono però delegati il sacerdote Aronne e i sui discendenti.

    (La distruzione e il sacco di Gerusalemme, Nicolas Poussin 1625-1626)

    Durante le peregrinazioni del popolo ebraico nel deserto, al trasporto della menorà da una sosta all’altra erano eletti i membri della famiglia di Qehat figlio di Levì, come rammentato nel capitolo 3 del libro dei Numeri. Un ultimo, ma importante accenno alla menorà è ontenuto nel medesimo libro dei Numeri e segue il lungo elenco delle offerte, tutte uguali, che i principi di ciascuna tribù portarono per l’inaugurazione del tabernacolo, avvenuta l’anno seguente l’uscita dall’Egitto nel mese di Nissan. Il testo sembra voler fornire nuovi dettagli sulle modalità di accensione non tralasciando di ricordare, come già aveva fatto in Esodo, che la menorà era costituita da un unico pezzo di metallo lavorato senza che intervenissero inserzioni fuse e aggregate insieme. 

    (Menorah, Parigi 2017, argento, bronzo, alluminio, diamanti, rubini, smalti. JAR (Joel Arthur Rosenthal), New York)

    Numerosi midrashim si soffermano sul senso dei sette bracci. Già una dichiarazione contenuta nella Mishnà ne non prescritta in modo esplicito, trova un riscontro nella serie dei brani del Levitico ove la menorà è citata appresso al capitolo che si occupa delle feste10. Inoltre, ricorda il midrash, in analogia ai lumi della menorà per i quali è chiesto di predisporre oli e stoppini senza difetto, la Mishnà prescrive nel trattato di Shabbat una particolare attenzione al combustibile idoneo per la lampada sabbatica. Nella raccolta Pesiqtà rabbatì un insegnamento sottolinea il rapporto tra gli elementi di cui è composta la menorà e l’unità del popolo. Bracci, boccioli e basamento rappresentano ognuno uno dei sette segmenti della Nazione: il Patriarca, il capo del Sinedrio, i maestri e via via fino ai fanciulli avviati allo studio, mentre i sette lumi sono un evidente riferimento al sabato che protegge il popolo, ma anche alle sette figure di patriarchi dove, ad Abramo, Isacco e Giacobbe, sono aggiunti Amram, Mosè, Aronne e Qehat, tutti della tribù di Levì, o rimandano a specifici precetti. La perfezione del sette presente nella menorà si lega, secondo midrashim antichi raccolti e pubblicati da J.D. Eisenstein all’inizio del Novecento, ai giorni festivi presenti in un anno o al volto umano composto da occhi, orecchie, guance e bocca.

     

    La selezione degli estratti del testo è a cura di Michelle Zarfati

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