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    Le parole ebraiche di Hora Aboav

    ‘Le voci delle parole ebraiche’ (Edizioni Nadir Media, 2022) è il secondo volume di Hora Aboav, psicologa e a lungo insegnante di materie ebraiche presso la scuola Vittorio Polacco, nonché insegnante di ebraico biblico presso il centro di Cultura ebraica di Roma. 

    Come per ‘Crescere con le parole ebraiche’ (Castelvecchi Editore, 2021) anche il secondo lavoro di Aboav nasce «come mezzo per finanziare la Onlus ‘Milev Layeled’, a cui mi dedico da molti anni al sostegno dei bambini bisognosi del nord di Israele, attraverso il supporto ad asili, scuole materne, progetti di ascolto e aiuti diretti» spiega l’autrice. 

    Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina la Onlus ha cominciato ad aiutare anche bambini rifugiati e ciò ha spinto Aboav a voler pubblicare rapidamente un nuovo testo per aiutarli. 

     

    Questa è la sua seconda opera, con cui prosegue la linea tracciata con “Le radici delle parole ebraiche”. Che cosa l’ha ispirata?

    Sono un’insegnante, non una scrittrice. Tutto questo inizia 4 anni fa su Facebook, dietro suggerimento di mia figlia di raccontare lo studio delle parole che mi interessava tanto. Con la pagina, nata nel 2018, ho iniziato a lavorare su queste parole. L’interesse dell’entrare nelle parole è ormai di vecchia data. Io nasco dalla Torah, dal Tanach e non dalla mistica ebraica, non sono una cabbalista però alcuni percorsi Cabbalistici, la Ghematrià mi ha aiutata maggiormente ad entrare nelle parole e quindi ho cominciato ad usarla. Per me entrare in una parola è in primis entrare nel mio percorso coscienziale, è una esigenza dell’anima, che mi alimenta, che in qualche maniera mi fa crescere. Con l’aiuto di Ghidon Fiano che è anche un mio amico fraterno abbiamo tirato fuori il libro in poco tempo. I proventi vanno tutti ai bambini.

     

    Nell’introduzione parla di energia rigeneratrice dell’ebraico. Come approfondirebbe il concetto per un lettore di questa espressione? 

    Si sa leggere l’ebraico e si sanno comprendere le lettere e quindi, cercando di mantenere l’energia di ogni lettera dentro la parola in qualche maniera ci si sente meglio. In qualche maniera siamo alimentati, nutriti. È una percezione di serenità che può sopraggiungere. È ovvio che questo valga per un lettore motivato.

     

    Perché ha scelto di raggruppare in queste specifiche sezioni le parole prese in esame? Sono le parole che la hanno ispirata nella scelta delle sezioni oppure è partita dalle sezioni per poi trovare le parole che a queste meglio si addicevano? 

    Insieme ad Annalisa Comes, mia allieva nonché autrice dell’introduzione, abbiamo scelto i nomi dei settori. Li abbiamo diversificati dal primo libro, anche quello fatto a settori. E abbiamo scelto le parole in funzione del settore per dare al lettore un’ulteriore riflessione, perché di fatto avrebbero tutte potuto essere sotto una sola dicitura. Le parole in qualche maniera aprono il cuore.

     

    Quale è stata la  sua scelta personale nell’individuare queste parole?

    Le ho scelte perché mi hanno emozionato. Perché le parole sono vita, se noi ci riflettessimo un pochino di più. Ti chiederai ogni tanto da dove vengono le parole. Le parole sono vita. Tanto è vero che disgraziatamente una delle prime reazioni della malattia e nella vecchiaia è di non poter avere un flusso delle parole chiaro. Quel flusso, quel getto di cui noi non ci rendiamo neanche conto. Quello che è bello è mantenere viva la capacità del parlare. La voce e il linguaggio vanno insieme. Da quando avevo 6 anni mi sono approcciata alla lingua ebraica e l’ho insegnata per tanti anni. La lingua ebraica è speciale in questo, è piena di significanti. Poi specialmente una scrittura senza le vocali dà adito a tante spiegazioni. È un viaggio, ma non è un viaggio solitario perché ho tanti allievi che vogliono  imparare.

     

    Perché ha inserito l’arcobaleno tra le parole di consapevolizza e non tra quelle di natura? 

    Keshet. Ha la stessa ghematria della parola radice shoresh. Quindi l’arcobaleno in qualche maniera ha la radice molto vicino alla radice di speranza. Ho lavorato sulla ghematria e siccome il keshet è il simbolo del patto tra Noè e il Signore, non poteva essere solo naturale ma anche coscienziale dal punto di vista di presa di coscienza di Noè e di quello che stava succedendo. Aveva la possibilità di ricominciare perché alla base del nostro percorso è importantissimo il concetto del nuovo, di reinventarci sempre. 

     

    Perché ha scelto di inserire solo i nomi di Sarah e Giuseppe ?

    Insegno la lettura dei testi sacri attraverso le radici delle parole, quindi lo studio della bibbia attraverso le radici. Mi capita di fare uno studio più profondo per poterlo donare al gruppo. Sara veniva da un lavoro sulla parola per introdurre la coppia con Abramo. C’è un dialogo orizzontale, fino ad allora avevamo solo un dialogo verticale tra uomo e Dio, Dio e uomo, invece Abramo quando va in Egitto dice ‘tu’, quindi per introdurre quel ‘tu’ mi ero soffermato sul personaggio di Sarah. Per Giuseppe la stessa cosa. Lavorando sull’incontro tra Giuseppe e i fratelli mi sono soffermata su Giuseppe. 

     

    La presentazione del nuovo libro di Hora Aboav avrà luogo giovedì 16 giugno alle 18:30 a Via Cesare Balbo 33. Con il Saluto della Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, intervengono Sandro Di Castro e Amedeo Spagnoletto. Introduce e modera Annalisa Comes. È necessaria la prenotazione.

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