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    Le ultime parole dal ghetto in fiamme

    Tra le testimonianze scritte più preziose risalenti ai giorni della rivolta del ghetto di Varsavia, vi sono quelle svelate al pubblico dagli archivisti del museo Beit Lohamei Ha-Getaot dieci anni fa. Noam Rachmilevitch, responsabile dell’archivio, ha spiegato a Shalom il valore di due manoscritti in particolare. Entrambi in polacco e anonimi per questioni legate alla sicurezza di chi temeva di essere identificato, contengono vividi resoconti della vita e delle attività durante l’insurrezione compiuta dalla popolazione ebraica tra il 19 aprile e il 16 maggio 1943 contro le autorità tedesche nella capitale polacca occupata.

    La cronaca da un bunker in via Mila è raccolta nelle dieci pagine del diario attribuito a un membro della ZOB, l’Organizzazione combattente ebraica clandestina, scritto con uno stile che l’archivista definisce “di buona qualità letteraria”. Nel sesto giorno della rivolta, il 24 aprile 1943, quando il Brigadeführer Jürgen Stroop diede ordine di incendiare il ghetto, si legge: “Tutto tranquillo fino alle 12. “Allerta”, i tedeschi sono dentro casa nostra. È passato senza incidenti. Continuiamo a dormire. […] Sono le 20. Si sentono dei passi fuori dal rifugio. Qualcuno bussa al “judasz”. Per diversi minuti c’è un’ansia immensa. Le persone che bussano alla porta sono il signor Rosenheim e la signora Sonia. Ci avvertono che sta bruciando. Tutti i giovani escono nel cortile. L’edificio sta andando a fuoco. La facciata dell’edificio è stata incendiata. Gli appartamenti stanno bruciando. Iniziamo a combattere il fuoco. […] Nel pomeriggio i tedeschi hanno nuovamente incendiato la casa. Non la parte superiore dell’edificio, ma il pavimento sopra il rifugio antiaereo, il nostro nascondiglio principale. Abbiamo deciso di non spegnere l’incendio. Noi stessi abbiamo bruciato le scale che portavano al nostro seminterrato e abbiamo dato fuoco a legna e materiali infiammabili che giacevano intorno al cortile e agli appartamenti. Alle 6 del mattino andiamo a dormire. Il ghetto sta andando a fuoco”. Prezioso anche lo schema del bunker, tratteggiato in una mappa dall’autore il 5 maggio, in cui sono indicati la batteria di difesa, l’ingresso sotterraneo, le cuccette per sdraiarsi, il condotto principale dell’aria, il pozzo, quattro piastre elettriche, il lavabo, il muro dell’edificio, il cancello e il “judasz” (l’ingresso mimetizzato). “Viviamo il giorno, l’ora, il momento”, con queste parole fatali, termina il diario.

    La seconda testimonianza è stata redatta da una combattente di cui non si sa nulla se non l’indirizzo dove era rifugiata. Il suo diario è “speciale e unico”, secondo Rachmilevitch, perché scritto durante la liquidazione del ghetto. La donna descrive in termini molto “fisici” – i rumori, il fumo – ciò che vede ogni giorno, anche più volte al giorno, da una piccola finestra. “Dobbiamo sopravvivere, speriamo di sopravvivere. Lottiamo per la giustizia e per il diritto alla vita”, sono le sue ultime parole.

    Immagine di copertina: Una delle pagine manoscritte dal diario di un membro della Jewish Fighting Organization [ZOB] nel ghetto di Varsavia, 24 aprile – 7 maggio [stimato], 1943. Dalla collezione Adolf – Abraham Berman. Museo Beit Lohamei Ha-Getaot.

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