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    Misero tutta la vita in una valigia. La memoria che ritorna

    La nazionalizzazione del Canale di Suez dichiarata da Nasser il 26 luglio 1956, segna l’inizio del declino della Comunità ebraica d’Egitto, costringendo la maggior parte degli ebrei del paese a trovare un rifugio, in Europa, nelle Americhe, in Australia o in Israele.

     

    Esilio, esodo, espulsione, ognuno interpreta il suo lacerante viaggio e la sua storia come meglio crede. Per ogni ebreo che ha lasciato tutto ed è andato incontro al nulla, è stata un’irrimediabile catastrofe. Di colpo, gli ebrei egiziani si sono resi conto di essere considerati stranieri, in quello che consideravano il loro paese.  Dal collettivo all’individuale la tragedia non rimane solo nell’ambito dell’esilio in sé, ma comincia ben prima e non so se ha una fine. Si placa forse, ma non scompare.

     

    Per i miei genitori, non c’è stato molto da pensare: in ventiquattro ore hanno trovato la possibilità di lasciare la Terra dei Faraoni e di andarsene con un pullman che li ha portati a Tobruk in Libia da dove si sono imbarcati in direzione Brindisi. Era il mese di novembre del 1956, mio padre aveva 27 anni e mia madre 23. Se ne sono andati con una sola valigia. Ho sempre cercato di immaginare come si potesse mettere tutta la vita in una valigia!

     

    Bisogna pensare che l’inizio di questo viaggio intimo comincia nel momento in cui si percepisce la necessità di lasciare il paese. Il vero dolore si sente quando ci si accorge che tutti i punti di riferimento non ci saranno più, quando l’incertezza di rivedere le persone che si salutano si concretizza e quando inizia il tragitto verso una terra sconosciuta.

     

    I miei genitori, dopo poco più di un anno a Parigi sono arrivati a Milano. Come loro parecchi rifugiati sono sbarcati a Milano ed hanno cercato a modo loro di riprodurre lì un piccolo Egitto.

     

    Questo passato non tornerà mai più, anche allora ne erano coscienti. Mio padre diceva che l’Egitto che aveva vissuto era “irripetibile”. Quel mondo era ormai scomparso.

     

    Il tentativo di ricostruzione del passato, di cui mantengo ancora un vivido ricordo poiché ne sono stata testimone, ha le sue fondamenta nell’evocazione, nel ricordo e nella consapevolezza della nostalgia.  Ovunque si trovassero nel mondo, gli ebrei egiziani hanno ricreato una rete di socialità fra di loro, una rete transnazionale che permetteva  agli esiliati sparsi nei cinque continenti (se si considera che alcuni di essi hanno fatto affari in Africa equatoriale negli anni Sessanta e Settanta) di sentirsi più vicini ad un amico o un parente in Australia o in Brasile di quanto lo fossero al vicino o al correligionario di Milano. Non fu solo una scelta fatta per i primi tempi ma è stato proprio il loro modo di sopravvivere. La ricostituzione si poteva fare solo con i propri simili.

     

    Il loro Egitto non esisteva più, ma in un angolo del loro cuore dimorava la memoria, i ricordi gelosamente serbati, la loro cultura, l’educazione francese, la scuola inglese, il lungomare, l’odore di gelsomino, il sapore del caffè, le voci dei venditori ambulanti e il colore blu del mare di Alessandria, delle ceramiche, delle pietre che allontanano il malocchio. Oserei dire che i miei genitori, e credo non siano stati gli unici, hanno fatto un’elaborazione del passato, ripulendolo delle parti più sgradevoli e ingentilendo quelle piu nostalgiche Quella zona di comfort memoriale, l’hanno trasformata in uno spazio virtuale che è diventato per loro una patria spirituale.

     

    A casa mia tutto ricordava l’Egitto, a cominciare dalla lingua: si parlava francese, o meglio, francese levantino, un francese diverso da quello parlato in Francia, un francese con un accento particolare e con un uso di alcune parole tratte dall’arabo, lingua che io non ho mai veramente parlato ma il cui accento riaffiora non appena parlo con gli egiziani. Credo che al di là della lingua, la vita quotidiana a casa dei miei genitori rifletteva quanto più l’esistenza che avevano in Egitto. Mi sono svegliata per anni con il profumo del caffè turco che invadeva la cucina. Ma i ricordi dell’Egitto, non si limitavano ai confini della cucina: c’erano molte espressioni linguistiche in arabo, molte tradizioni nella vita quotidiana. Nessuno a casa mia può tuttora partire anche per un breve viaggio senza bere un bicchier d’acqua fuori dalla soglia come se fosse una benedizione o un augurio di poter ritornare sano e salvo, bevendo l’acqua di un Nilo virtuale!

     

    Così ho assorbito, ascoltato e anche raccontato a mia volta parecchie storie sul loro Egitto. Con questi racconti sono cresciuta e ho cercato di immedesimarmi per capire meglio le traiettorie dei miei genitori e dei loro amici. A volte mi domandavo quasi se questi racconti fossero pura fantasia o se li avessi vissuti direttamente in prima persona. Forse mi sarebbe piaciuto…

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