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    Quanto conosciamo davvero i nostri figli? E quanto vogliamo davvero conoscerli? – Intervista alla scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen

    Genitori e figli rappresentano da sempre un binomio complesso, caratterizzati da un rapporto pieno di amore, ma non immune a incomprensioni e dolori. Lo spiega bene la scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen nel suo nuovo romanzo “Dove si nasconde il lupo”, edito da Neri Pozza, che Shalom ha intervistato sul delicato tema della comunicazione tra genitori e figli.

     

    Quanto c’è di autobiografico nel libro?

    Ho iniziato a scrivere “Dove si nasconde il lupo” dopo il primo giorno di scuola materna della mia bambina. Entrata in classe, ho guardato con sospetto tutti gli altri bambini, cercando di individuare chi avrebbe potuto farle del male. Anche le altre madri avevano la stessa paura, ma nessuna di noi era disposta a considerare la possibilità che il “lupo” fosse il proprio figlio. Nel romanzo, una madre israeliana che vive in America sospetta dapprima che suo figlio sia stato vittima di bullismo, poi inizia a temere che questi abbia commesso un terribile crimine per vendetta. Non è solo un thriller psicologico, ma un’esplorazione della genitorialità ai nostri giorni. Quanto conosciamo davvero i nostri figli? Quanto vogliamo davvero conoscerli? Lilach e suo marito Michael si preoccupano e sospettano che loro figlio Adam possa essere vittima di bullismo. L’idea è più facile da sopportare per Lilach che vedere suo figlio come un aggressore. È scioccante sentirsi estranei a casa propria. Ogni singolo membro della famiglia vive isolato, come una piccola isola nell’oceano.

     

    Oggi i giovani vivono in un periodo particolarmente difficile, sono fragili ma allo stesso tempo capita che si feriscano a vicenda: perché secondo lei?

    Oggi ogni madre è una sorta di detective che guarda il suo adolescente come un enigma da risolvere. La cosa più dolorosa è che lo stesso bambino che conoscevi così bene è cresciuto improvvisamente fino a diventare così distante, anche se una volta era la persona a te più vicina. Nel romanzo, Lilach, la protagonista, come ogni madre, ha due anime: se stessa e il suo bambino. È una detective e una protettrice allo stesso tempo. Da un lato, vuole disperatamente conoscere la verità: suo figlio Adam è stato coinvolto nella morte del suo compagno di classe musulmano che lo ha maltrattato? Ma un’altra parte di lei vuole solo che suo figlio sia felice e al sicuro. È intrappolata tra questi due ruoli, incapace di liberarsi dal ruolo di madre. Lilach vuole proteggere Adam da tutto, ma la domanda è: da chi? Dal male esterno o da se stesso? Vogliamo sapere tutto dei nostri cari o preferiamo rimanere ciechi davanti a certi dettagli della loro vita?

     

    In questi scenari che ruolo hanno i social media?

    Ci sono molte prove dell’effetto dei social media sull’autostima e sull’ansia tra gli adolescenti, che spesso cercano di fronteggiarla sfidando lo stato dei loro coetanei. Se non sei sicuro del tuo posto nella gerarchia della classe, sei tentato di mettere giù gli altri per sentirti superiore. Come madre, dovresti intervenire se senti tuo figlio che cerca di ottenere uno status sociale in questo modo. Non sto parlando di bullismo diretto, ma di come i ragazzi possano ferirsi in modi molto più sottili. Credo che questa generazione di genitori voglia proteggere i bambini dalla realtà e dalla giungla dei social media. Le generazioni precedenti hanno cresciuto i bambini con il credere in qualcosa di più grande di loro, come un’ideologia. Oggi tutti vogliono solo crescere un bambino felice. È positivo che lasciamo andare le grandi ideologie che dettavano le nostre vite, ma a volte percepisco che esista una nuova dittatura, la dittatura “del benessere”, in cui la morale viene messa da parte per il bene di “fare quello che voglio”.

     

    Nel libro, ad un certo punto, un attentato terroristico sconvolge gli equilibri di una comunità negli USA, evento accaduto anche in Europa. Cosa pensa di questo crescente antisemitismo?

    L’attentato all’inizio del romanzo è ispirato a quello che avvenne alla sinagoga dell’albero della vita a Pittsburgh nel 2018. Molti ebrei dissero di non aver mai immaginato che qualcosa del genere potesse accadere negli Stati Uniti. Ogni volta che osiamo pensare che antisemitismo o razzismo non siano più rilevanti, ci sbagliamo. I semi dell’odio sono sempre lì. L’odio è profondamente radicato in noi, proprio come l’amore, ed è forse anche più forte.

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