
Al Museum of Fine Arts – MFA di Boston è allestita la mostra “Realtà e immaginazione: Rembrandt e gli ebrei nella Repubblica olandese”, a cura di Simona Di Nepi, curatrice di arte ebraica del MFA, e di Michael Zell, professore di storia dell’arte alla Boston University, insieme ai suoi studenti della BU. L’allestimento, visitabile fino al 1° dicembre 2026, fa parte di una serie di mostre generate dal Center for Netherlandish Art del MFA in collaborazione con studenti di importanti università, attinge dalla collezione di arte olandese e di oggetti di arte ebraica del Museo per esplorare i diversi modi in cui gli ebrei hanno interagito con la cultura artistica dell’Olanda del Seicento. Oggetti di varia natura permettono di apprezzare l’apporto del mondo ebraico alla storia olandese, dai dipinti alle stampe di Rembrandt e della sua scuola fino a una coppia di rimonim (puntali d’argento per il rotolo della Torah) realizzati a Rotterdam nel 1649, acquisiti nel 2021 dal Museo grazie al prezioso lavoro di Simona Di Nepi, precedentemente a Londra e i più antichi oggi esistenti negli Stati Uniti.

Nel XVII secolo gli ebrei svolsero un ruolo fondamentale nella vivace cultura della Repubblica Olandese: come committenti, collezionisti e soggetti d’arte in particolare delle opere di Rembrandt van Rijn (1606–1669) e della sua cerchia. Vivendo nel cuore del quartiere ebraico di Amsterdam, Rembrandt ricevette commissioni dai suoi vicini ebrei, li inserì in scene bibliche e li ritrasse in studi di personaggio. La mostra mette in dialogo incisioni del grande maestro, dipinti del suo maestro Pieter Lastman e del suo alunno Fredinand Bol, con il contesto sociale e religioso di una delle società più aperte dell’Europa moderna. Il risultato è un’esposizione che va oltre la celebrazione del genio individuale e propone una riflessione più ampia sul rapporto tra arte, tolleranza religiosa e identità civica.
Mentre gran parte dell’Europa era ancora segnata da guerre di religione, nel Seicento la Repubblica delle Province Unite si affermava come uno spazio relativamente inclusivo; Amsterdam, in particolare, divenne rifugio per migliaia di ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna e dal Portogallo, seguiti da comunità ashkenazite provenienti dall’Europa centrale e orientale. Questa presenza trasformò profondamente la città: nacquero sinagoghe, scuole, tipografie e circoli di studio. Figure come Menasseh ben Israel, rabbino, stampatore e intellettuale, animavano un ambiente culturale vivace, in cui la Torah, la filosofia e la politica erano oggetto di continuo dibattito.

A differenza di molta iconografia europea precedente, spesso basata su stereotipi o simbolismi negativi, Rembrandt scelse un approccio diretto, quasi etnografico. Nel percorso espositivo si ammirano opere in cui le figure bibliche sono rese con realismo intenso come la bellissima acquaforte di Rembrandt del 1637 che raffigura Abramo che caccia Agar e Ismaele nel deserto. Di grande suggestione è l’incisione di Ephraïm Bueno del 1647: della raffigurazione del celebre medico ebreo sefardita giunto ad Amsterdam colpisce la bellezza della postura naturale, per nulla rigida, a suggerire l’equilibrio tra la razionalità dettata dalla professione di Bueno e la sua autorevolezza.
La Mostra è arricchita da spiegazioni chiare ed esaustive e da lavori di artisti della cerchia del grande maestro olandese, come “Judah e Tamar” di Ferdinand Bol del 1644, che colpisce per la sua tensione narrativa fortissima.













