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    Shlomo. Il respiro della memoria

    Se n’è andato dieci anni fa Shlomo Venezia, il testimone della Shoah che ad Auschwitz – Birkenau fu costretto assieme agli altri Sonderkommando a lavorare nelle camere a gas. Tutti ricordano quanto Shlomo avesse una straordinaria capacità di trasferire il ricordo di ciò che vide con estrema precisione, anche per questo la sua testimonianza rappresenta una fonte preziosissima di sapere. La memoria però, per essere trasferita, necessita di un lavoro instancabile, costante e deve reinventarsi attraverso nuovi strumenti, offerti anche dal cinema.

     

    Arriva adesso un documentario su Shlomo Venezia che ci pone di fronte ad una riflessione su diversi aspetti che hanno a che fare con il cinema della memoria. È “Il respiro di Shlomo” di Ruggero Gabbai, scritto dal regista assieme allo storico Marcello Pezzetti e prodotto dalla Fondazione Museo della Shoah. Il film ripercorre la storia del testimone della Shoah, dalla sua Salonicco, passando per l’inferno di Auschwitz,  poi Ebensee, Mauthausen e Roma, la città in cui Shlomo scelse di vivere. La testimonianza di Shlomo e i ricordi degli amici più cari e dei parenti si intrecciano con il racconto di Marcello Pezzetti che guida lo spettatore nella storia.

     

    Gabbai sceglie di raccontare l’uomo, Shlomo. E la sua testimonianza di ciò che vide ad Auschwitz in questo straordinario racconto è “solo” una parte della storia.  Perché se la meticolosa ricostruzione di ciò che avveniva nelle camere a gas prende forma nella straordinaria testimonianza e rende il valore della memoria attraverso la voce di uno dei pochissimi sopravvissuti del Sonderkommando, al centro del documentario di Gabbai c’è la persona, l’amico, il padre, il nonno ed il testimone che ha dovuto, ogni singola volta, compiere un immenso sforzo per tradurre in parola l’orrore. Ci sono i luoghi, tutti, per i quali Shlomo è passato. Gli autori riescono a riportarlo, malgrado non ci sia più, proprio in quei posti, con la forza del racconto e delle parole. Il cinema, i droni avvolgenti, le ricostruzioni, ci portano oltre la dimensione del documentario e ci aiutano a cogliere ancor di più l’immensità della testimonianza di Shlomo. L’intuizione di Gabbai è di trovare nel respiro il fil rouge del film. Il respiro pieno di speranza dei giovani di Salonicco che si tuffavano nel Mediterraneo, quello mozzato dallo Zyklon B nelle camere a gas, e quello che veniva a mancare ogni volta che Shlomo si trovava a raccontare la sua vita e ciò che i suoi occhi hanno visto. Ne abbiamo parlato con  il regista.

     

    Gabbai, perché un film su Shlomo Venezia?

     

    Shlomo è uno dei testimoni che abbiamo intervistato per l’archivio della Memoria nel lontano 1995. Per me e per gli storici Marcello Pezzetti e Liliana Picciotto era chiaro che fosse un testimone unico. Shlomo infatti rappresenta la testimonianza di una persona che non ha solo visto ma è anche entrato nel buco nero del Novecento. La Shoah è proprio questo: non la sopravvivenza nei campi di sterminio, non la sofferenza, non la deportazione ma l’assassinio e l’eliminazione di interi gruppi familiari la cui memoria non potrà mai essere recuperata.

     

    Perché il “respiro” di Shlomo?

     

    Mentre facevamo le riprese in Grecia ho pensato al fatto che molti dei Sonderkommando venivano da Salonicco. Si trattava di ragazzi giovani e forti, cresciuti con il mare Mediterraneo di fronte. Mi è venuto in mente il titolo “Il respiro di Shlomo” pensando che tanta forza e vitalità fosse stata spezzata da quel lavoro inumano all’interno delle camere a gas. Quando nel ’95 Shlomo è entrato nei resti del Crematorio IV, scendendo le scale si è dovuto fermare, con un filo di voce ha detto “mi manca il respiro”. Shlomo ha perso un polmone lavorando nelle gallerie di Ebensee. Questa disabilità fisica lo condizionò per tutta la vita. Per queste ragioni mi è sembrato che Il respiro di Shlomo fosse collegato non solo al suo, ma a tutti gli ultimi respiri delle persone che venivano assassinate nelle camere a gas di Auschwitz.

     

    Tu hai fatto molti film sulla memoria. Cosa ha di diverso questo rispetto agli altri?

     

    Rispetto ai miei altri film, questa è la prima volta che abbiamo un solo sopravvissuto a testimoniare. Inoltre, l’esposizione di Shlomo resta molto asciutta e diretta, la regia e il montaggio del film hanno voluto rispettare questa sua modalità di comunicazione che è priva di qualsiasi sentimentalismo. La forza di Shlomo sta nella sua capacità di raccontare in maniera esatta e precisa quello che solo i suoi occhi hanno visto.

     

    Con quale criterio avete scelto le persone intervistate nel film?

     

    Questo è stato un lavoro svolto insieme a Mario Venezia, Presidente della Fondazione Museo della Shoah, che in questo caso ricopriva due ruoli: quello del produttore e quello del figlio. Sono sicuro che questo non sia stato facile per lui, perché è stato un testimone attivo durante le riprese, seguendoci durante i nostri viaggi. Per volontà della famiglia Venezia sono state coinvolte persone da sempre vicine a Shlomo come Walter Veltroni, Roberto Olla, Béatrice Prasquier e Laura Fontana. Questa è stata una scelta che aveva a che fare più con le relazioni umane che con l’aspetto storico della vicenda.

     

    Quale è il ruolo del cinema nella trasmissione della memoria?

     

    Questo è il mio settimo documentario sulla Shoah. Da giovane studente di cinema sono stato folgorato da “Shoah” di Claude Lanzmann, da lì mi è molto difficile concepire un cinema sulla Shoah lontano dalla testimonianza diretta dei sopravvissuti. Anche le fiction e i film per il cinema, se sono buoni film devono partire da una sceneggiatura che si fonda sul racconto dei testimoni diretti. Per quanto riguarda la mia regia: sono un documentarista e credo che la testimonianza diretta davanti alla cinepresa sia ancora il valore più alto che il cinema possa rappresentare rispetto a questa vicenda storica. È stato un privilegio e un grande dono poter raccogliere le testimonianze dirette dei sopravvissuti italiani. Le testimonianze da noi raccolte ci danno l’opportunità di creare una narrazione cinematografica che permetterà nel futuro di mantenere vivo il racconto della memoria della Shoah.

     

    “Il respiro di Shlomo” sarà presentato per la prima volta il 23 gennaio al Teatro dell’Opera di Roma in una serata  organizzata dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah.

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