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    Tosca, “Soldo de Cacio” e la responsabilità dell’essere artista

    Si apre stasera la 14° edizione di Ebraica – Festival Internazionale di Cultura, un’edizione che ha come tema centrale “Second Life”, una seconda vita verso la ripartenza, dopo il periodo di ristrettezze e sacrifici cha ci siamo trovati ad affrontare. E proprio una mascherina è al centro del monologo “Soldo de Cacio”, interpretato da Tosca che abbiamo intervistato per conoscerne il significato e capire come sarà la sua ripartenza. 

     

    “Soldo de cacio” è un monologo scritto da Giovanni Clementi dal forte significato per lei, perché lo ha recitato l’ultima sera prima del secondo lockdown e lo riproporrà domenica sera nel corso di Ebraica. Una metafora di una possibile ripartenza. Chi è Soldo de Cacio?

     

    “Soldo de Cacio” è una donna grande, Giuditta, che ricorda la storia del Dott. Borromeo, che salvò molti ebrei durante i rastrellamenti nazisti con l’invenzione del “Morbo K”, ed è raccontato da questa donna del popolo con gli occhi di lei ragazzina. Sono rimasta colpita perché conoscevo questa storia sommariamente, ma non avevo mai approfondito, è nata per la rassegna “Ad alta voce” al Teatro Duse di Bologna, ed ha un doppio simbolo: la protezione e l’amore universale. Ci avevano chiesto qualcosa che parlasse dell’importanza della protezione, partendo proprio da una mascherina Giovanni Clementi ha scritto questo monologo che racconta di come i protagonisti di questo racconto si salvarono dai rastrellamenti attraverso questa pezzettina bianca. Dall’altra parte c’è l’amore universale, ovvero un uomo che rischia la sua vita dicendo una bugia, perché il “Morbo K” non esisteva, ma è una bugia bianca. 

    Alla bellezza di questa storia si è unito il mio amore per la musica yiddish e quella ebraica, un amore antico che coltivo da oltre 20 anni e che ho conosciuto grazie a degli studiosi di musica yiddish. Una musica dalle mille gemme e contaminata perché ha viaggiato. Gli ebrei sono stati costretti continuamente a cambiare terra e in ogni posto dove andavano portavano quello che erano e si contaminavano con quello che trovavano. In questo monologo ho voluto mettere anche la musica ebraica e quella yiddish. Insieme a me sul palco c’è Giovanna Famulari, mia violoncellista nonchè produttrice come e me e Massimo De Lorenzi di tutte le nostre follie musicali. 

     

    Come ha immaginato Giuditta? 

     

    Giuditta è una donna del popolo, una donna del Portico d’Ottavia. Ho immaginato una donna piccolina, magra, con degli occhi che ti fissano e che ogni cosa che ti racconta è un quadro, un pezzo di cuore. Una donnina che ogni anno torna all’Isola Tiberina, proprio lì dove si era salvata, e ci va con sua nipote che si chiama Giuditta come lei. Ho deciso di aggiungere delle parti e questa sera le vedrete per la prima volta. 

     

    Musicalmente a lei piace sperimentare, in una continua contaminazione di suoni: dalla musica yiddish a quella del fado come ne “Il porto” che canta metà italiano e metà portoghese, dalla canzone napoletana e quella in dialetto romanesco, un viaggio tra le culture dei popoli e nei luoghi. La musica può unire?

     

    La musica costruisce i ponti. È una lingua universale, infatti i musicisti parlano tutti la stessa lingua. Noi giriamo il mondo, magari non conosciamo il musicista ma c’è lo spartito, quella è la nostra lingua comune ed abbiamo questo privilegio. Molière diceva che se i politici si accordassero come fa la musica si vivrebbe meglio. Bisognerebbe accordarsi e fare un grande concerto. Ogni strumento, ogni nota, va ad unirsi ad un’altra e si va ad unire in un’armonia, in un essere armonico e non in un essere di sopruso. La musica è una mamma tollerante, che ti accoglie. 

     

    In un’intervista ha dichiarato: “La pandemia ha completamente cambiato la mia vita. Mi sento come all’inizio di un nuovo viaggio con davanti la pagina bianca di un nuovo quaderno” e Second life è il tema centrale di questa edizione di Ebraica, cosa scriverà Tosca su quel quaderno?

     

    Scrivo che voglio godermi la vita nell’armonia e cercherò di tenermi lontani tutti quelli che cercheranno di disinnescarla. Abbiamo avuto una grande opportunità. Me lo raccontava mia nonna che ha vissuto l’epidemia dell’Influenza Spagnola e la mia bisnonna ne morì. Lei, sua sorella e suo fratello dicevano continuamente che possono succedere delle cose che ti costringono a guardare in faccia qualcosa che non ti piace e da questo puoi decidere se incattivirti o renderti armonico. Io scelgo di rendermi armonica e rispettosa delle cose che succedono. Quando sei in pace con te stessa emetti un suono, che è un suono armonico e che fa si che le persone si avvicinino a te. La società dell’apparenza, del “ma che te frega”, del “pensa per te”, non mi interessa più. Quando sento questo tipo di discorsi mi allontano perché detesto il qualunquismo umano. La vita è una e ognuno nel suo piccolo può essere importante, non bisogna necessariamente fare cose plateali.

    La mia sfida con me stessa è essere armonica nonostante un mondo che gridi per non esserlo. 

    Essere per bene per me significa generare una società dove si sta bene, perché c’è un rispetto reciproco. 

     

    Così come praticare la gentilezza…

    La gentilezza l’ho scoperta tardi, perché sono una donna di polso, mi arrabbio su delle cose. Ma in questi ultimi tempi ho scoperto il potere della gentilezza, che è molto pericolosa. La persona gentile è disarmante, perché non siamo più abituati. Così come l’accoglienza. Mia nonna si salvò la vita durante la guerra perché aiutò dei ragazzini tedeschi che stavano sull’Appia Antica al freddo ed affamati. Lei ogni tanto gli portava delle scodelle con del cibo ed uno di questi gli disse un giorno di non farsi trovare in casa perché l’indomani avrebbero fatto una retata, così dando retta a questo ragazzo si salvarono la vita. 

     

    Lei è anche insegnante, c’è un messaggio che vuole dare ai giovani resilienti di oggi? 

     

    Non mi definirei insegnante, mi piace la conoscenza, come nelle botteghe rinascimentali. Dai ragazzi io imparo tantissimo, perché hanno un’altra testa, un’altra lingua ed hanno un modo di vivere e pensare completamente diverso dal mio che mi apre delle finestre che mai avrei pensato di conoscere. Sono più che altro una sorella maggiore, li indirizzo. Dirigo l’Officina Pasolini dove questi ragazzi arrivano completamente confusi dal sistema che gli fa credere che la cosa importante sia diventare famosi e non per che cosa diventare famoso e il rischio è diventare pedina di quel sistema. Noi collettivo di artisti passiamo proprio questo messaggio e i ragazzi escono consapevoli che per poter avere una posizione bisogna prima chi si è e cosa si vuole dire. 

     

    Li trova disarmati in questo periodo? 

     

    Si perché non sanno cosa devono fare. Sono dei ragazzi che ti dicono che per fare il musicista si deve necessariamente essere popolari ed io rispondo: “Cosa vuoi cantare?” o “Cosa vuoi recitare?”. La nostra più grande dote è quello che lasciamo e deve essere coerente con sé stessi.

     

    E Tosca cosa vorrebbe lasciare? 

    Mi piacerebbe lasciare il dono della coerenza, della curiosità e del non omologarsi, dell’essere artista perché essere artista è una cosa seria. Molti si sono dimenticati che sono un esempio. Per me non è importante nessuna copertina, nessuna classifica, nessuna casa al mare o autografo per strada quanto il fatto che qualcuno possa, guardando il tuo tracciato, tracciarne un altro simile che possa essere importante a livello artistico.

     

     

    Tosca sarà ospite stasera alle 21,30 di Ebraica – Festival Internazionale di Cultura con lo spettacolo “Soldo de Cacio” di Giovanni Clementi. L’appuntamento è in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah

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