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    Un tripolino alla centrale del latte

    Nelle case dei tripolini non entrava il latte, era una scelta legata alla kasherut. Per rispettare il dettato biblico di non mischiare carne e latte, non potendosi permettere pentole e stoviglierie separate, le famiglie dovevano fare una scelta. Nella cucina tripolina il pesce è il re e la carne è la regina, lo Shabbat non è tale senza cuscus con mafrum, lubia e selk.

    Quindi il latte poteva essere sacrificato e generazione dopo generazione, gli ebrei hanno iniziato a non amare questo alimento, anzi, se devo essere sincero, ho dei cugini che al solo nominarlo si sentono male. È così radicato culturalmente che un tripolino preferisce una pizza alla marinara a una margherita, un panino con il tonno a un tramezzino mozzarella e pomodoro. 

    Quando vivevamo in Libia, era un alimento che non ci mancava perché noi ragazzini la mattina facevamo colazione con il sahleb: una bevanda a base di malto, orzo, miglio, sorgo bollito, aromatizzato con acqua di fior d’arancio. Al posto dei cornetti avevamo le sfenze, una sorta di ciambella che, invece di avere il buco, ha un sottile strato di pasta croccante spolverata di zucchero. Alla fine, ho sviluppato un disgusto che, però, una volta è stato provvidenziale. 

    Gli insegnanti ci avevano annunciato che ci avrebbero portato in gita a visitare un caseificio molto famoso vicino a Roma. In classe, eravamo in quattro tripolini e avevamo accolto la notizia facendo facce dubbiose mentre tutti gli altri esultavano felici. Qualche giorno dopo, di mattina presto, davanti alla scuola erano parcheggiati in fila due-tre pullman e noi ragazzini gioiosi e contenti siamo saliti prendendo posto cercando di avere accanto i compagni con cui ci si divertiva di più. 

    Mentre ci avvicinavamo al caseificio iniziai a sentire forte l’odore del grasso del latte già a una certa distanza. All’interno ci mostrarono il ciclo produttivo del latte, da quando arrivava appena munto, alla pastorizzazione fino alla trasformazione in yogurt o in bevanda al cacao. Ad ogni fase ci invitavano a testare i prodotti, io educatamente declinavo l’invito mentre i miei compagni tracannavano “litrate” di latte e yogurt come se non ci fosse un domani. L’accompagnatore insisteva che assaggiassi, ma io mi inventai un’intolleranza al lattosio e in cambio, ricevetti sguardi di accondiscendente comprensione. L’insegnante si preoccupava che stessi male ma io la rassicuravo fingendomi interessato e facendo domande sulle catene di montaggio o di come venivano prodotti gli strani contenitori a prisma triangolare.

    Finalmente il banchetto ebbe termine e risalimmo allegri sui mezzi che ci avrebbero riportati a Roma. Io ero in fondo al pullman con a fianco i miei compagni tripolini e iniziammo a percorrere la strada del ritorno. Il vocio, le battute dei ragazzi a ogni curva della strada si affievoliva fino a quando non divenne silenzio. Poi uno ad uno i miei compagni, satolli di latte iniziarono a vomitare e a ogni curva diventò sempre peggio.

    Il conducente era disperato e non sapeva cosa fare se fermarsi o proseguire. Noi tripolini restammo a guardare quella mostruosa fontana di latte a occhi sgranati e ancora oggi quando al ristorante mi propongono pasta cacio e pepe dico: no grazie, con la faccia un po’ schifata.

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