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    Dopo il coronavirus il mondo sarà diverso. Se migliore dipenderà da noi

    In questi mesi abbiamo imparato parole nuove – lockdown, smart working – e parole di etimologia antica hanno assunto invece una sciagurata attualità: pandemia, quarantena, isolamento. Un’esperienza sconosciuta per la nostra generazione ha evocato memorie di nascondimenti e richiamato vecchi fantasmi. Le libertà individuali sono state limitate. Ciò nonostante non per tutti è andata allo stesso modo: connessione internet veloce e stabile, cellulari e computer hanno consentito ai fortunati di rimanere in contatto con il mondo, di contenere la solitudine e l’isolamento. 

    Anche la dimensione delle case e la distribuzione degli spazi domestici hanno contribuito a fare la differenza. Uno scarto di opportunità a cui ha dato il suo apporto una libreria familiare ben fornita e l’accesso a piattaforme di intrattenimento streaming, serie tv o spettacoli, la capacità degli insegnanti di realizzare una vera didattica a distanza che non fosse la sola attribuzione di compiti a casa. Sono tutti strumenti che hanno aiutato a riempire il vuoto, ma, appunto, per chi non ha avuto accesso a queste risorse le cose sono andate molto peggio: i dati sulla dispersione scolastica sono allarmanti, quelli sull’esclusione dei giovani dalla scuola e dal mondo del lavoro si sono impennati, l’avvicinarsi alla soglia della povertà di interi settori della popolazioni è spaventoso. Il dato andrebbe analizzato per regioni, per settori di attività, per fasce di età ed una ricognizione sarebbe doverosa anche all’interno del mondo ebraico. 

    Anche se ancora non ci sono dati precisi per la comunità ebraica di Roma ci si aspetta una stagione di difficoltà e sarà necessario un’impegno severo a sostegno delle fasce deboli. Ma adesso che stiamo ripartendo – anche se gli scongiuri sono d’obbligo – a parte la primavera e il caldo precoce, non troveremo lo stesso mondo che abbiamo lasciato all’inizio del blocco della mobilità e dello stop all’istruzione e alle attività produttive. E non è detto che sia un male. Eppure sono passati solo due mesi: in quelle settimane il silenzio ha invaso le città, è salito alle nostre finestre invadendo le nostre case. L’assenza di smog ha reso l’aria di nuovo respirabile e ce ne siamo resi conto, la natura si è riaffacciata nelle strade, animali selvatici sono stati avvistati in molti centri urbani. L’erba e le margherite hanno contornato i marciapiedi. 

    I fortunati che ne avevano la possibilità hanno partecipato a corsi e a occasioni sociali on line, i ragazzi hanno sofferto di solitudine e hanno imparato a studiare a distanza, i rabbanim di tutta Italia hanno contribuito con moltissime lezioni raggiungendo anche un pubblico nuovo e inaspettato. Si sono formati gruppi di studio di diversa provenienza geografica e anche di fasce di età diverse e composite. Anche se con qualche difficoltà molti anziani, di solito esclusi dall’utilizzo della tecnologia, hanno imparato a servirsi di alcune applicazioni per stare in contatto con la famiglia, gli amici, le lezioni. Abbiamo trascorso un Pesach sicuramente differente.

    Adesso però che ‘siamo ripartiti’ per le strade è ricomparsa la spazzatura, il traffico e i rumori hanno di nuovo campo e turbano le giornate. Accanto a persone attente ai dispositivi di contenimento del contagio si vedono ragazzi e adulti con la mascherina alla cintura, assembramenti di fronte al pescivendolo o al locale degli aperitivi. Il centro è di nuovo luogo di struscio e di movida. Una frenesia compulsiva ci induce alla riparazione di quanto patito e urge ‘tornare al mondo di prima’. Eppure non è possibile. 

    Non è possibile per coloro che per la crisi covid hanno perso il lavoro e hanno difficoltà a mantenere la famiglia o per coloro ai quali l’isolamento ha indotto una sofferenza destinata a durare nel tempo. Nemmeno per i malati usciti dall’incubo dell’ospedale, della malattia e della quarantena. 

    Tornare indietro non è un’opzione, e la promessa di cambiamento che il lock down aveva fatto baluginare si sta corrodendo sotto i nostri occhi: la prospettiva di un’economia più green e attenta all’ambiente, la solidarietà con i deboli e i colpiti dalla malattia, il sostegno a medici e infermieri in prima fila nell’adempimento del dovere di cura, l’ipotesi di una ridistribuzione delle risorse che portasse più eguaglianza, la consapevolezza di un mondo sempre più inevitabilmente collegato. Sembrava ad un passo quando stavamo tutti chiusi a casa, anzi sembrava che avessimo già fatto il primo passo. Ci sarà invece molto da riflettere e ragionare su quanto accaduto in questi mesi. Bisognerà elaborare il lutto di tante morti improvvise. Bisognerà capire quanto siamo cambiati, quanto il covid ha modificato nel profondo le nostre abitudini, quali innovazioni ha introdotto nel mondo del lavoro e dell’istruzione. Forse coronavirus 19 potrebbe lasciare oltre ai morti e ai poveri una nuova consapevolezza, forse. Ha lanciato sicuramente una sfida a ripensare la modernità e sarà interessante osservare come anche le istituzioni ebraiche riusciranno a coglierla. Ma ‘il mondo di prima’ ha molta fretta di ricominciare la sua corsa, sta a noi tutti ragionare verso quale mondo vogliamo tornare.

     

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