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    La festa di Shavu’ot: La Torà è un tesoro per tutto il mondo

    R. Avraham Kroll (Lodz,1912-1983, Gerusalemme) in Bepikudèkha Asìcha (p. 499) fa notare che nella tefillàdi Shavu’ot non diciamo “Yom mattàn toratènu” il giorno in cui ci fu data la Torà”, come nelle altre feste: di Kippur diciamo “il giorno di Kippur”; di Pèsach, “il giorno della nostra libertà“; di Sukkòt, il giorno della nostra felicità”. Di Shavu’ot diciamo invece “zemàn mattàn toratènu”, il  tempo in cui ricevemmo la Torà. Questa espressione ci vuole insegnare che il Santo Benedetto ci da’ la Torà ogni giorno. E così pure nella berakhà che recitiamo quando leggiamo la Torà diciamo “che ci da’ la Torà” e non “che ci ha dato la Torà”. 

                Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p. 495) in una sua derashà su Shavu’ot, scrive che vi sono tre tipi di libertà: vi è libertà politica quando ci si libera dal giogo straniero e si diventa indipendenti; libertà economica quando si è finanziariamente indipendenti e non si ha bisogno dell’aiuto di altri; libertà morale quando non si è schiavi del proprio istinto naturale. 

                Al fine di inculcare nel nostro cuore questi tre tipi di libertà abbiamo le tre feste di PèsachShavu’ot e Sukkòt. La festa di Pèsach rappresenta la libertà  dalla servitù in Egitto. La festa di Sukkòt rappresenta la libertà economica. Infatti questa festa è descritta nella Torà come “la festa del raccolto” (Shemòt, 23:16). In mezzo a queste due feste vi è la festa di Shavu’ot, quando ricevemmo la Torà. Senza questo giorno non avrebbero valore né la libertà fisica né la libertà economica. Nel Talmud babilonese (Pesachìm, 68b) viene citato r. Yosef che festeggiando Shavu’ot diceva: “Se non fosse per questo giorno quante altre persone che si chiamano Yosef ci sono in giro”. R. Yosef intendeva dire che senza la Torà, non ci sarebbe stata nessuna differenza tra lui e tutti gli altri. E così pure non ci sarebbe nessuna differenza tra il popolo d’Israele e le altre genti.             

                All’inizio la Torà non era destinata solo al popolo d’Israele. Nel Midràsh (Yalkùt Shim’onì, Yitrò, 275) i maestri affermano che la Torà fu data nel deserto e non in Eretz Israel affinché fosse disponibile a tutte le nazioni. Fu solo quando le altre nazioni dimostrarono di non essere capaci di osservare la Torà  che il popolo d’Israele divenne “‘Am Segullà”, un popolo particolare. E con tutto ciò la Torà è rimasto un bene per tutto il mondo. Lo dimostra il fatto che un gran numero di maestri che arricchirono la Torà provenivano da altre nazioni. Tra questi vi furono Shemayà e Avtalyòn, maestri di Hillèl e di Shammày e rabbi Akivà, figlio di proseliti. 

                E fu proprio negli anni delle peggiori persecuzioni che degli individui di altre nazioni vennero a trovare protezione “sotto l’ombra della Torà”. Tra questi vi fu Onkelos, il traduttore della Torà in aramaico che era figlio della sorella di Tito. La sua traduzione venne incorporata come parte dei tesori di studio del popolo d’Israele. Tra i discendenti di proseliti vi furono anche r. Meir “che illuminò gli occhi dei maestri nella Halakhà“ (T.B. ‘Eruvìn, 13b).

                Oltre a questi vi furono anche proseliti che trovarono un posto nella Torà dopo una vita dissoluta. Un esempio è Rachav, la “locandiera” di Gerico, che divenne proselita a cinquant’anni. Quando divenne proselita e cambiò vita ebbe il merito di diventare antenata di profeti e di kohanìm. Nel libro di Yehoshua’ (1:11) è raccontato che Rachav disse:”Che l’Eterno  vostro Dio è  Dio in cielo”.  Nel Midràsh (Yalkùt Skim’onì, Yitrò, 269)  a questo proposito è detto: “Il Santo Benedetto disse a Rachav: Tu hai detto una cosa che i tuoi occhi non hanno visto; prometto che un tuo discendente vedrà quello che non hanno visto altri profeti, come è detto nel libro del profeta Yechezkèl (1:1): “I cieli si aprirono e vidi una visione divina”.  La dinastia che regnò su Israele nacque grazie a una proselita. Ruth la moabita divenne la madre della dinastia davidica e così sarà fino all’arrivo del mashìach. La Torà d’Israele e il regno d’Israele non furono mai fondati sulla purità razziale. Al contrario, è sempre stata un “Kinyàn ‘Olamì, un proprietà disponibile a tutto il mondo.

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