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    Le luci di Chanukkà illuminano il Tempio

    La vittoria miracolosa dei Maccabei sul potente esercito dei Siro-Ellenisti (165 a.e.v.) culminò con l’inaugurazione (Chanukkà) del Bet Hamikdàsh, che era stato profanato dai Greci con statue e idoli. I Maccabei, secondo la tradizione, una volta entrati nel Tempio, trovarono solo una piccola ampolla d’olio puro sigillato che, sebbene sarebbe dovuto bastare per un solo giorno, durò invece per otto giorni, giusto il tempo necessario per produrre del nuovo olio; ciò permise quindi agli Ebrei di riaccendere la Menorà, il candelabro d’oro che era rimasto spento da molto tempo e che, secondo quanto è tramandato in diverse fonti, era stato distrutto dai Greci e riprodotto dai Maccabei.

    In ricordo di questo miracolo, i Maestri di quella generazione stabilirono che in ogni casa si accendesse ogni sera un lume di Chanukkà. Successivamente, quando il popolo tornò a vivere in una migliore situazione economica, si cercò di “abbellire” la mitzwà, aumentando il numero dei lumi: inizialmente accendendo un lume per ogni membro familiare, poi aumentando anche il numero dei lumi per ogni giorno trascorso (il primo giorno un lume, il secondo due lumi fino ad otto lumi l’ultimo giorno).

    In un’epoca successiva alla compilazione del Talmud si iniziò a diffondere il minhag di accendere i lumi di Chanukkà non solo in casa, ma anche nel bet Hakenèset dopo la Tefillà di Minchà o alla fine della Tefillà di Arvìt, recitando le relative benedizioni. Sono diverse le motivazioni che vengono date a questo uso: secondo alcuni al Tempio pernottavano dei viandanti, per cui si accendeva per loro; secondo altri, era un modo per pubblicizzare ancora di più il miracolo e per far uscire d’obbligo chi non accendeva in casa per ignoranza o per mancanza di olio. Un’altra possibile spiegazione è che il bet hakenèset è considerato un “mikdàsh meàt” (piccolo Santuario), ed è dunque giusto ricordare anche qui il miracolo dell’accensione della Menorà del Tempio di Gerusalemme. Per questo motivo, il candelabro di Chanukkà al Tempio non viene acceso sulla porta, come si fa in casa, ma all’interno della Sinagoga e nel lato sud, ovvero nella stessa posizione in cui si trovava la Menorà del Bet haMikdàsh. Il minhàg è stato accolto in tutte le comunità ed è anche codificato nello Shulchàn Arùkh (Òrach Chayìm 671:7).

    In alcune comunità troviamo un ulteriore uso, che come vedremo si è mantenuto anche a Roma, ovvero quello di accendere i lumi al Tempio anche la mattina.

    Le prime attestazioni di questo minhàg si trovano in alcune fonti ashkenazite, in cui si dice che al Tempio venivano usate delle candele molto lunghe che rimanevano accese non solo di sera, ma per tutto l’arco della giornata (Darkè Moshè, di rav M. Isserles cap. 672 nota 1); in altri casi, invece, le candele venivano spente alla fine della Tefillà della sera e poi riaccese la mattina successiva. Così si usava per esempio nella comunità askenazita di Berlino e in altre comunità della Germania (Responsa Melammèd Leho’ìl di rav D.Z. Hoffmann).

    Rav Shelomo haCohen (Vilna, 1828-1905), rabbino capo di Vilna per più di quarant’anni, in un suo responso sostiene che l’uso di accendere i lumi anche di giorno si basi su quanto scrive il Rambàm a proposito dell’accensione della Menorà nel Bet Hamikdàsh, ossia che si dovesse accendere ogni sera il Candelabro, ma che dovesse rimanere acceso anche di mattina e, nel caso si fosse spento, dovesse essere riacceso (Regole dei Sacrifici quotidiani, cap. 3 par. 10-12). Inoltre, dal brano del Talmud dove è raccontato il miracolo dell’olio sembra che il Candelabro sia rimasto acceso miracolosamente anche di giorno: “Quando i Greci entrarono nel Tempio, resero impuro tutto l’olio presente, e gli Asmonei, dopo aver sconfitto il nemico greco, cercarono e non trovarono che una sola ampolla d’olio, che era rimasta pura, perché ancora chiusa con il sigillo del Sommo sacerdote. Questa ampolla sarebbe bastata per illuminare il Tempio un solo giorno. Accadde un miracolo con quella ampolla, e così essi poterono accendere il lume per otto giorni. L’anno seguente stabilirono di rendere quei giorni, giorni di festa e di lode” (T.B., Trattato di Shabbàt pag. 21b).

    Anche nelle comunità sefardite si diffuse l’uso di accendere di nuovo al tempio le candele durante la Tefillà della mattina, come riportato nel libro Nehàr Mitzràim del rabbino capo del Cairo Rabbì Refael Aharon Ben Shimon (Marocco, 1848 – Tel Aviv 1928) che scrive: “Si è diffuso l’uso a Yerushalaim e in Egitto di accendere i lumi di Chanukkà al Tempio anche di giorno, durante la Tefillà di Shachrìt, chiaramente omettendo le benedizioni di rito. Lo scopo di questo minhàg è quello di pubblicizzare il miracolo, ed è veramente un bel minhàg, perché il miracolo si riesce a pubblicizzare maggiormente di giorno quando si accende il candelabro solo per Chanukkà, piuttosto che quando fa buio e siamo abituati comunque ad accendere la luce per illuminare. Inoltre l’accensione della mattina può servire per quelle persone che siano state impossibilitate ad accendere la sera precedente, e in questo modo sapranno quante candele accendere la sera”. 

    L’uso è presente anche in altre comunità sefardite degli ebrei di Siria, della Turchia e presso gli ebrei di Libia. In Italia si è mantenuto presso le comunità di Venezia, recentemente è stato introdotto a Livorno, e, solo l’ultimo giorno, anche a Firenze e nel Tempio spagnolo di Roma, come ricorda il Rabbino Yehuda Nello Pavoncello in una nota su Chanukkà, pubblicata nei Lunari della Comunità di Roma: “Tale uso è rimasto presso gli Ebrei di Roma, che seguono il rito sefardita o spagnolo, i quali, l’ultimo giorno della festa, accendono le otto fiammelle, senza recitare le benedizioni di rito, prima di iniziare la preghiera del mattino”.

    L’uso più comune presso le comunità sefardite è di accendere prima della lettura del Salmo 30, che si legge tutte le mattine nel rito sefardita prima di Barùkh She’amàr, e che si usa recitare anche come Salmo di Chanukkà (Mizmòr shir chanukkàt habàit leDavìd); così si fa attualmente anche al Tempio Spagnolo di Roma. Presso gli ashkenaziti, invece, si accende prima dell’inizio della Tefillà, e probabilmente questo era l’uso originale del Tempio Spagnolo di Roma, come si evince dalla nota del Rabbino Pavoncello e come confermato dalla memoria di alcuni Rabbini; effettivamente anche a Firenze si accende prima dell’inizio della Tefillà, come riporta anche il Rabbino Elia Samuele Artom in un suo manoscritto sugli Usi di Firenze, recentemente pubblicato.

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