
Siamo ormai entrati nel pieno del percorso di liberazione che ci racconta il libro di Shemot e mi pongo una domanda: “Perchè Moshè Rabenu è stato scelto come nostro leader e guida? Cosa ha visto Dio in Moshè che gli ha fatto decidere che lui era degno e pronto per diventare il leader ed il maestro più importante di tutta la storia ebraica?”.
Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare a vedere i primi passi di Moshè adulto, giovane uomo, che cresciuto in casa del Faraone come ipotetico nobile egiziano esce a vedere i suoi fratelli, parafrasando il testo della Torà. E cosa vede? Moshe vede un egiziano che percuote uno schiavo ebreo ed interviene in difesa di quest’ultimo. In seguito Moshè vede due ebrei che litigano ed interviene. Ma questa volta il suo intervento e la sua sensibilità lo obbligano a fuggire dall’Egitto. E cosa incontra una volta che sta nel deserto di Midian? Un gruppo di ragazze, le figlie di Itrò che sono bandite dalle altre tribù e sono costrette ad aspettare per ultime che gli altri pastori diano da bere al loro gregge. E Moshè le aiuta ad abbeverare il loro gregge nonostante il bando degli altri pastori. E quando lui stesso si converte in pastore per nome e conto di Itrò che è diventato suo suocero, Moshe si occupa di ogni singola bestiola del gregge, fino a cercarla spasmodicamente in mezzo al monte Sinai, ed è lì che incontra Dio, nascosto metaforicamente in un roveto ardente. Capiamo quindi che Moshè incontra Dio nel suo proprio essere empatico. Ed è proprio l’empatia che inizia nella difesa dello schiavo ebreo e termina con la cura del gregge, passando per la difesa di un gruppo di ragazze sconosciute o nel tentativo di mettere pace tra due ebrei che litigano, proprio questa empatia è il valore aggiunto, l’elemento che ha reso Moshè il nostro più grande maestro. Dio gli parla attraverso un roveto ardente perché in fondo, con questo simbolo gli vuole dire: “Il tuo cuore che è pieno del fuoco dell’altruismo è la ragione per la quale sei stato scelto da me come maestro, come leader, come liberatore del mio popolo”. E così come il roveto bruciava senza consumarsi, l’empatia non consuma l’essere umano, bensì lo rafforza, ne scalda l’animo. E’ l’empatia che ci rende umani, che ci rende eterni, che ci differenzia dal resto delle creature: gli altri animali sono capaci di dare amore, ma solo all’interno della propria specie, del proprio gruppo, noi, se vogliamo essere diversi dagli altri animali, dobbiamo dare amore al di fuori dei nostri gruppi di appartenenza. Come Moshè che da ipotetico egiziano difese un ebreo, da sconosciuto tentò di mettere pace tra due persone che non conosceva, da ipotetico egiziano aiutò delle ragazze midianite e da impiegato del suocero si occupava del gregge come se fosse suo.













