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    Nell’ora di Ne’ilà 5783: il discorso di Rav Riccardo Di Segni

    Pubblichiamo di seguito il discorso del Rabbino Capo di Roma Riccardo Shemuel Di Segni pronunciato nell’ora di Nei’la al Tempio Maggiore:


    Sappiamo tutti quanto drammatico sia stato per New York e per il mondo intero l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre del 2001. Ci si sarebbe aspettati, anche quest’anno, che nel giorno dell’anniversario il principale giornale di New York, il famoso New York Times, aprisse l’edizione di quel giorno con un ricordo. Invece, con una scelta sorprendente, la prima pagina dell’11 settembre è stata dedicata a qualcos’altro: un fortissimo attacco, con una grande foto e un articolo a più colonne al sistema educativo delle scuole chasidiche della città. In queste scuole studiano migliaia di bambini e adolescenti e l’accusa, basata su un’inchiesta approfondita, diceva che non era tollerabile che con i fondi pubblici si finanziassero scuole dove si fanno solo studi religiosi e se ne esce parlando un inglese stentato e senza nozioni elementari di matematica. A questo attacco americano ha fatto eco una polemica in Israele, dove esistono problemi analoghi, con implicazioni elettorali, e se ne è parlato anche altrove nel mondo, poco in Italia, dove l’interesse per certe notizie è minimo. Per spiegare le cose, e perché tutto questo invece ci dovrebbe interessare, proprio in questo momento solenne, c’è bisogno di qualche chiarimento. In luoghi di grandi concentrazioni di ebrei ortodossi chasidici, come negli USA e in Israele, esistono dei sistemi scolastici autonomi e impermeabili, alcuni dei quali sono incentrati quasi esclusivamente su materie tradizionali, con minima attenzione alle materie che fanno parte di un normale percorso educativo nei paesi occidentali. La seconda cosa da spiegare è questo modello educativo, che potremmo definire di totale chiusura non è quello della nostra tradizione italiana. Dove per “nostra” non intendo le scelte fatte dall’emancipazione in poi, di scuole ebraiche con un po’ di ebraismo, ma le formule precedenti, che prevedevano la prevalenza degli studi tradizionali ma non hanno mai escluso le altre materie. Sappiamo quanto i grandi maestri dell’ebraismo italiano eccellessero non solo nella Torà ma anche per le loro conoscenze linguistiche, storiche, filosofiche e scientifiche. Quindi il modello di quelle scuole chasidiche non è il nostro, ma il problema è un altro. Come hanno scritto alcuni tra cui Liel Leibovitz, la discussione deve andare oltre il confronto tra programmi scolastici, perché il tema vero è quello del confronto tra progetti educativi e di vita. Ogni progetto rispecchia un’idea del mondo e mira a dei risultati. E se i risultati non sono soddisfacenti, i progetti andrebbero rivisti. Ma spesso non si ha l’umiltà di vedere i risultati che possono essere disastrosi e si preferisce attaccare coloro che non condividono gli stessi progetti e la stessa visione del mondo. È un po’ quello che succede ora in questa polemica. I gruppi chasidici di cui parliamo non sono perfetti, hanno come ogni altro i loro problemi sociali, ma sono persone che hanno una scala di valori e di priorità differenti, vivono in un ambiente protettivo e affettuoso, facendo le cose che amano e che per loro sono più importanti. E questo produce un risultato che altrove è sempre più difficile trovare: un grado elevato di soddisfazione della vita.

     

    Il problema è quello di che cosa noi vogliamo per il nostro futuro, per i nostri figli e nipoti. Vorremmo tutti che la scuola dia loro gli strumenti di crescita per entrare nel mondo del lavoro e per farne dei buoni cittadini. Ma vorremmo anche – o forse non lo vogliamo più – che siano persone oneste e rispettabili, che si preoccupino di chi è meno fortunato, che costruiscano famiglie stabili, che siano mariti e mogli, padri e madri, figli e figlie affettuosi e rispettosi, che abbiano fiducia in loro stessi, che diano un senso alla loro vita, che abbiano fiducia nella vita, che siano felici. I risultati in questo senso nella società americana in generale sono deludenti, se si considera la solitudine delle persone, la diffusione delle droghe, dell’alcolismo, dei suicidi. Cifre ancora lontane da quello che succede qui, ma queste ondate negative si estendono da una parte all’altra del mondo. Così come in direzione opposta arriva ora in America l’ondata negativa italiana della contrazione delle nascite. Un altro segno della sfiducia nella vita. Non è una cosa che non ci riguarda. Nella nostra comunità quest’anno i morti sono stati quasi il doppio dei nati.

     

    Se da una parte il progetto educativo delle scuole chasidiche è carente per certi aspetti, quello della società in generale è carente per molti altri. Non riesce più a dare dei valori fondamentali come il senso di comunità, la responsabilità sociale, la gioia della vita, la speranza. Qualcuno ha suggerito che invece di mandare ispettori governativi a controllare le scuole chasidiche sarebbe più utile mandare direttori di queste scuole come consulenti nelle scuole pubbliche.

    Non sto facendo una lode sperticata di un sistema che in ogni caso è lontano dalla nostra mentalità e dalle nostre istituzioni. Sto piuttosto segnalando la necessità di non adagiarsi o continuare a farlo acriticamente sui modelli di educazione e di vita che la società in generale ci propone. Sono modelli in parte antagonisti ai nostri, che sono rischiosi per la tenuta delle nostre istituzioni sociali. Dobbiamo essere critici e resistenti. E invece i primi a cascare in questa rete, pensando di seguire fantastiche e necessarie novità, sono proprio i nostri giovani.

     

    Kippùr è l’occasione in cui bisogna riflettere sulla nostra vita e le nostre scelte, sia a livello individuale che collettivo. È il giorno in cui riscopriamo il senso dello stare insieme nella condivisione di un messaggio antico e attualissimo. Il giorno in cui dobbiamo decidere se farci sommergere da modelli distruttivi o scegliere la vita. A Kippùr abbiano la certezza di poter mettere le cose a posto, in cui non c’è stato bisogno di bussare per entrare perché la porta era aperta. Ora a Ne’ilà, come dice la parola, le porte in cielo si stanno chiudendo, ma facciamo ancora a tempo in queste ultime due ore, a decidere per la vita.

     

    Facciamo nostra questa speranza, resistendo e scegliendo, raccogliamo tutte le nostre energie positive e investiamole in un futuro migliore.

     

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