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    Parashà di Acharè Mot – Kedoshìm: Le trasgressioni di chi non paga i debiti

    Nella parashà di Kedoshìm, che viene spesso letta insieme con quella di Acharè Mot, vi sono diverse mitzvòt che trattano i rapporti di affari.  In un versetto è scritto: “Non trattenere (al ta’ashòk) quello che è dovuto al tuo prossimo, non rapinare e non far sì che la paga del salariato resti con te fino al mattino” (Vayikrà, 19:13).  L’espressione al ta’ashòkderiva dalla radice ‘ashàk, da cui il sostantivo ‘oshèk, che denota chi non paga quanto dovuto ad altri. 

    Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento scrive che “non trattenere” si riferisce principalmente a colui che trattiene la paga del salariato.         

    Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Ghezelà ve-Avedà, 1:4) definisce il termine ‘oshèk in modo più lato: “Chi è chiamato ‘oshèk? È colui che viene in possesso di denaro del prossimo con il consenso del proprietario e quando quest’ultimo gli chiede di restituirlo trattiene forzatamente questo denaro e non lo restituisce. Un esempio della trasgressione di “Non trattenere quello che è dovuto al tuo prossimo” è quello di un creditore che chiede di essere pagato da colui al quale ha esteso un prestito o che gli dato qualcosa in affitto e non riesce ad ottenere il pagamento perché il debitore è duro e intrattabile. 

    Riguardo a questa trasgressione il profeta Malakhì (3:5) disse: “E io m’accosterò a voi per il giudizio, e, senza indugio, io sarò testimonio contro gl’incantatori, contro gli adulteri, contro quelli che giurano il falso, contro quelli che trattengono la paga del salariato, che opprimono la vedova e l’orfano, che fanno torto allo straniero, e non temono Me, dice l’Eterno degli eserciti”. La gravità della trasgressione di trattenere un pagamento è sottolineata dal fatto che è raggruppata insieme all’adulterio e all’idolatria degli incantatori. 

    Va notato che il Maimonide scrive che ‘oshek “è colui che viene in possesso del denaro con il consenso del proprietario e quando gli chiedono di restituirlo trattiene forzatamente questo denaro e non lo restituisce”. Nella halakhà che segue egli scrive che colui che fa sì che la paga del salariato resti con lui fino al mattino, e cioè che non paga entro il periodo in cui è obbligato a farlo, trasgredisce la mitzvà solo se il salariato ha chiesto di essere pagato. Se il salariato ha acconsentito a ricevere la sua paga più tardi, il padrone non commette questa trasgressione.      

    R. Ya’akov Sasson di Passaic nel New Jersey, cita a questo proposito il trattato Ketubòt (86a) del Talmud babilonese dove è detto che R. Papa sostiene che il pagamento dei debiti è anche una mitzvà prescrittiva e non solo una proibizione. Secondo questa affermazione anche se il creditore non reclama il pagamento, poiché è mitzvà pagare i debiti, il bet din (tribunale) potrebbe ugualmente obbligare il debitore a pagare. R. Sasson fa notare tuttavia che R. Arye Leib Hakohen Heller (Galizia, 1745-1812) autore del commento Ketzòt Ha-Chòshen allo Shulchàn ‘Arùkh, (C. M., 104:2), afferma in modo esplicito che se il creditore non reclama il pagamento la mitzvà di pagare il debito non sussiste. R. Ya’akov Loberbaum (Ucraina, 1760-1832) autore del commento Netivòt Ha-Mishpàt (104:1) afferma al contrario che la mitzvà di pagare il debito sussiste anche se il creditore non reclama il pagamento. Secondo R. Loberbaum in debitore che non paga è in ogni modo colpevole di una trasgressione.

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