Skip to main content

Ultimo numero Marzo-Aprile 2024

Scarica il Lunario 5784

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati

    Parashà di Behar Sinai: La società fraterna degli ebrei

    Nella prima metà di questa parashà la Torà tratta l’argomento del settimo anno, shenàt shemità. In questo anno le terre vengono lasciate incolte e i proprietari devono aprire le recinzioni e lasciare a tutti la possibilità di prendere quello di cui hanno bisogno per sostenere la famiglia. L’autore del Sèfer ha-Chinùkh (Catalogna, XIII sec. E.V.) scrive che lo scopo di questa mitzvà (e di altre in questa parashà) è quello di inculcare in noi il senso di benevolenza e di misericordia. 

                Rav Joseph Pacifici (Firenze, 1929-2021, Modiin Illìt) in Hearòt ve-He’aròt, scrive che in ogni anno dishemità bisogna pensare che si è appena arrivati nella terra d’Israele. Grazie al fatto che si osserva la mitzvàdella shemità e si cessa di lavorare la terra nel settimo anno e si riceve la terra di ritorno nell’ottavo anno, si dimostra che esiste una Padrone di casa che ci da’ sostentamento. Proprio come di Shabbàt che ci si astiene da fare melakhòt, per mostrare che c’è un Padrone di casa e non siamo noi i padroni. Poi la Torà tratta le mitvzòt del cinquantesimo anno, shenàt ha-yovèl (anno del giubileo). In questo anno le terre dovevano tornare alle famiglie che le avevano ricevute in retaggio da Yehoshua’ dopo la conquista di Eretz Israel. Inoltre i servi ebrei venivano liberati e potevano tornare ai rispettivi poderi (Vaykrà, 25:10). Rav Pacifici commenta che con il ritorno delle terre ai proprietari originali nell’anno dello yovèl, ogni famiglia manteneva il suo podere. Se lamitzvà  veniva propriamente osservata, si impediva la creazione di latifondi, con ricchi che controllavano i terreni e poveri senza proprietà. 

                Un’altra mitzvà è quella di non defraudare il prossimo nelle trattazioni commerciali:“Quando venderete qualcosa al vostro prossimo o comprerete dal vostro prossimo uno non defraudi il suo fratello” (Vaykrà, 25:14). Oltre a confermare il semplice significato del versetto Rashì (Troyes, 1040-1105) aggiunge un commento di midrashico: “Da dove impariamo che se vendi, fallo con un israelita tuo compagno? Dal testo che dice: “Quando venderete qualcosa, vendi al tuo prossimo”. E da dove impariamo che se devi comprare, fallo con un israelita tuo compagno? Dal testo che dice: “O comprare, dal tuo prossimo”. Da qui si impara l’importanza di condurre affari con altri ebrei. 

                Rav Pacifici quando era rav a Gibilterra, viaggiava in Spagna per ispezionare la kasherùt di stabilimenti alimentari. Nel nord-est del paese vi è uno stabilimento per la produzione di tonno in scatola di proprietà della famiglia Albo. Pur praticando il cristianesimo sono consci e fieri di discendere dal chakhàm Yosef Albo (1380-1444, autore del Sèfer Ha-‘Ikkarìm) e raccontarono di commerciare solo con discendenti degli Anussìm (i convertiti forzatamente al cristianesimo). Prima di cuocere la carne la salano perché questa è la tradizione famigliare, e si sposano solo tra di loro. E tutto questo oltre cinquecento anni dopo l’espulsione dalla Spagna!    

                Un’altra mitzvà di questa parashà è quella che proibisce di prestare a interesse. La Torà vuole che gli israeliti si associno nelle loro attività commerciali e non traggano vantaggio uno dell’altro: “Se tuo fratello che abita vicino a te diventa povero, sostienilo, sia egli proselita o residente, così che possa vivere con te. Non dargli il tuo denaro a interesse, e non dargli vettovaglie a interesse. Io sono l’Eterno vostro Dio che via a fatto uscire dalla terra d’Egitto per darvi la terra di Canaan. Per essere il vostro Dio” (ibid., 35-38). 

                Quando invece si presta a un non ebreo, si presta a interesse. Alla domanda del perché di questa  differenza, rav Israel Belsky (New York, 1938-2016) rispose che questo è un privilegio per chi appartiene a un club, a una società fraterna. I membri della società godono di privilegi speciali che non sono dati ad altri. Prestare denaro è come noleggiare un’automobile ed è normale che si faccia pagare per il servizio. I membri del club invece vengono privilegiati e il servizio è per loro gratuito.    

    CONDIVIDI SU: