Skip to main content

Scarico l’ultimo numero

Scarica il Lunario 5784

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati

    Parashà di Pinechàs: La Kabbalà è parte integrale della nostra tradizione

    Nella prima parte della parashà la Torà descrive il censimento dei figli d’Israele, tribù per tribù. Segue l’argomento delle regole ereditarie sollevato dalle figlie di Tzelofchàd che non avevano fratelli. Il terzo argomento è quello della successione della leadership che viene affidata a Yehoshua’. L’ultima parte della parashà è dedicata ai korbanòt (sacrifici) che dovevano essere offerti ogni giorno, di sabato, nei capi mese e durante le feste. 

                L’ultima delle feste dell’anno ebraico è Sukkòt, la festa delle capanne. A differenza della festa di Pèsach nella quale i sacrifici sono uguali per tutti i sette giorni della festa, di Sukkòt ogni giorno ha un numero diverso di sacrifici e inoltre il numero di sacrifici è superiore a quelli di ogni altra festa. Una particolarità di questa festa è che durante i sette giorni venivano offerti anche settanta torelli, tredici nel primo giorno, scendendo gradualmente a sette nel settimo giorno. 

                Rashì (Troyes, 1040-1105) commenta (Bemidbàr, 29:18) che questi settanta torelli venivano offerti per le settanta nazioni del mondo elencate nella parashà di Nòach (Bereshìt, cap. 10).     

                R. Moshè  Feinstein (Belarus, 1895-1986, New York) in una derashà che risale all’anno 1941 (Daràsh Moshè , p. 134-135), spiega per quale motivo era necessario portare dei sacrifici per le settanta nazioni del mondo. L’Eterno ha creato il mondo in modo che gli esseri umani abbiano bisogno l’uno dell’altro e che nessuno sia in grado di essere totalmente indipendente. Pertanto in modo che gli esseri umani possano beneficiare l’uno dell’altro è necessario vivere in pace. Senza la pace il sistema di interdipendenza viene distrutto. Di Sukkòt vengono offerti sacrifici per le settanta nazioni del mondo perché se vi è pace tra le nazioni, vi è pace anche per la nazione d’Israele che anch’essa ha bisogno delle altre nazioni. Stando così le cose anche le persone più malvage dovrebbero capire che il mondo ha bisogno di pace perché senza pace si distrugge il sistema di interdipendenza e anche ai malvagi manca  quello di cui hanno bisogno. La cosa è evidente nel mondo del commercio, dove si sa che bisogna trattare bene anche i clienti più scomodi. Con tutto ciò i malvagi fanno guerra anche se sanno che essi stessi ne verranno danneggiati.        

                Il settimo e ultimo giorno di Sukkòt è chiamato Hoshanà Rabbà. R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) osserva che questo giorno si distingue dai primi sei giorni di Sukkòt per il fatto che quando esisteva il Bet Ha-Mikdàsh si girava sette volte attorno al mizbèach (l’altare nel cortile di fronte al santuario)  invece di una volta sola (Mishnà Sukkà, 4:3) e si prendeva in mano un mazzo di rami di salice (Mishnà Sukkà, 4:5). Il Talmud non fornisce nessuna spiegazione sul perché di queste regole né sul significato di Hoshanà Rabbà.

                R. Soloveitchik fa notare che in alcuni antichi manoscritti il testo della preghiera di Unetanè Tòkef che si recita di Rosh Hashanà e di Kippur è diverso da quello che leggiamo oggi. Il testo che abbiamo nei nostri siddurìm è il seguente:  “Il verdetto [divino] è scritto a Rosh Hashanà ed è sigillato nel giorno di Kippur”. In alcuni antichi manoscritti invece è scritto “Il verdetto [divino] è scritto nel giorno di Kippur e sigillato nella notte di Hoshanà Rabbà”. Nel Talmud non vi è alcun accenno alla funzione di Hoshanà Rabbà come giorno del giudizio. La sola fonte del concetto che il giorno di Hoshanà Rabbà è un giorno del giudizio insieme a Rosh Hashanà Kippur, è lo Zòhar (parashà di Tzav, Vaykràp. 31, ed. Vilna, 1930) dove è scritto: “Nel settimo giorno della festa vi è la fine del giudizio”. Nello stesso passo vien spiegato il motivo per cui in questo giorno si prendono rami di salice.  

                Questo concetto viene sottolineato anche da rav Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) in Ta’am Leshàd (p.20), l’opera da lui pubblicata nel 1863 per dimostrare che la Kabbalà, i cui insegnamenti sono in gran parte nello Zòhar, è parte integrale della tradizione ebraica.

    CONDIVIDI SU: