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    Parashà di Shofetìm: Le leggi di guerra

    Le leggi di guerra cambiarono poco fino all’era moderna. Ai tempi di Giulio Cesare erano probabilmente più drastiche di quelle descritte nella Torà e nel libro di Yehoshua’ ai tempi della conquista di Eretz Israel. In questa  parashà è scritto: “Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. E se acconsentirà alla pace e ti aprirà le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà diventerà tuo tributario e ti dovrà servire. Ma se non vorrà fare la pace con te e ti farà  guerra, allora l’assedierai; e quando l’Eterno, il tuo Dio, te l’avrà data nelle mani, ne metterai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e tutto ciò che sarà nella città, tutto quanto il suo bottino te li prenderai come tua preda; e potrai consumare il bottino dei tuoi nemici, che l’Eterno, tuo Dio, ti avrà dato.” (Devarìm, 20: 10-14). 

                Rashì  (Troyes, 1040-1105) spiega che questo era il trattamento per le città che non facevano parte di Eretz Israel. Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco) nel suo commento alla Torà spiega le differenze fra le condizioni offerte alle città in Eretz Israel e quella alle città al di fuori di Eretz Israel. L’offerta di pace veniva fatta in ogni caso. Lo dimostra il fatto che Moshè offrì le pace a Sichòn, re degli emorei. La differenza era che nel caso delle città in Eretz Israel il trattamento era più drastico. Le condizioni offerte da Yehoshua’ alle città di Eretz Israel, descritte nel Midràsh Tanchumà (62), erano le seguenti: “Egli inviò lettere alle località da conquistare con questo messaggio: chi vuole fare la pace, venga e in pace; chi vuole andarsene, se ne vada; chi vuole far guerra, faccia guerra”.  Uno dei sette popoli cananei, i ghirgashiti, se ne andarono in Africa; i gabaoniti fecero la pace. Gli altri trentuno re fecero guerra e furono annientati. Anche nell’offerta di pace c’era una differenza: l’offerta di pace alle città lontane, cioè al di fuori di Eretz Israel, era a condizione che diventassero tributari e asserviti. Nelle città dei cananei in Eretz Israel, vi era la condizione addizionale che accettassero le sette mitzvot dei Noachidi. Il Nachmanide aggiunge che è possibile che la condizione di accettare le sette mitzvòt dei Noachidi venisse detta loro solo dopo che avessero accettato di diventare tributari e asserviti. Questa condizione veniva imposta solo se volevano rimanere ad abitare in Eretz Israel. In conclusione, se i cananei facevano teshuvà, cioè abbandonavano il culto idolatrico e abbracciavano il monoteismo, diventando Noachidi, sarebbero potuti rimanere ad abitare nella terra d’Israele. E così fece il re Shelomò che nei suoi progetti edili impiegò la popolazione restante degli emorei, chittei, perizei, chivvei e gebusei. Tutti costoro avevano accettato le sette mitzvòt dei Noachidi.  

                Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà  (Melakhìm, 6:7) riguardo alle guerre con città al di fuori di Eretz Israel scrive che quando si mette una città sotto assedio, non bisogna circondare totalmente la città, ma si deve lasciare un lato libero per dare la possibilità agli assediati di fuggire. In questo modo il nemico, sapendo di avere una via di uscita, non combatterà fino alla morte causando perdite agli assedianti.

                R. Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiin Illit) in Hearòt ve-He’aròt (p. 214), aggiunge che da questa halakhà possiamo imparare come comportarsi con il prossimo. Nelle dispute, anche se sappiamo di avere ragione e che la parte avversa è totalmente in errore, cerchiamo di  non “chiudere” la via d’uscita e fare sì che possa ritirarsi in modo onorevole. Meglio dire: “Capisco la tua opinione. La mia è diversa”. Cosi si può rimanere amici. 

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