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    Parashà di Tzav: Lo stesso senso di missione per trentanove anni

    La parashà si apre con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè dicendo: dai questo ordine (tzav) ad Aharon a i suoi figli: questo è l’insegnamento della ‘olà (olocausto)…” (Vaykrà, 6:1). L’olocausto era il sacrificio di un animale la cui carne doveva essere completamente fatta ardere sul mizbèach (altare).

                R. Avigdor Burstein, rav del bet ha-kenesset dello Hekhàl Shelomò a Gerusalemme, fa notare che alla fine della parashà è scritto: “Aharon e i suoi figli fecero tutto quello che l’Eterno aveva comandato a Moshè” (ibid., 8:36).  

                Rashì (Troyes, 104-1105) commentando questo versetto scrisse: “[Queste parole vengono] per lodarli perché non deviarono né a destra né a sinistra”. Nel Midràsh Sifrà i maestri affermano che il versetto loda Aharon e i suoi figli perché essi fecero il servizio con grande gioia come se avessero ricevuto l’ordine direttamente dall’Eterno. Il Maharal (Poznan, 1520-1609, Praga) spiega che talvolta le persone di rango manifestano risentimento quando devono seguire le istruzioni di un contemporaneo. Aharon invece fece tutto con senso di missione, senza dare importanza a se stesso. 

                R. Burstein fa notare che Rashì commenta in modo simile un versetto all’inizio della parashà di Beha’alotekhà, riguardo all’accensione della menorà (il candelabro che era nel mishkàn). In quel versetto è scritto: “Aharon accese i lumi […]  come l’Eterno aveva ordinato a Moshè” (Bemidbàr, 8:3). Rashì commenta: “[Il versetto viene per] lodare Aharon che non cambiò”.  

                Per quale motivo Rashì commenta che Aharon venne lodato per non avere cambiato, come se si potesse sospettare Aharon di non eseguire i comandamenti dell’Eterno alla lettera!  

                R. Burstein spiega che il korbàn (sacrificio) non era un semplice atto “tecnico” con il quale si faceva la shechità all’animale e poi il kohen che ufficiava portava le carni dell’animale sul mizbeàch. Quando un israelita portava un korbàn lo faceva per avvicinarsi all’Eterno e per ottenere espiazione per le proprie mancanze. E anche il kohen operava con un senso di missione. Così pure l’accensione della menorà veniva fatta con senso di missione. 

                In situazioni normali quando una persona ripete le stesse azioni per tanto tempo, egli perde il senso di missione e le sue azioni diventano routine. Aharon accese la menorà per trentanove anni. Sia il Gaon di Vilna(Vilna, 1720-1797) sia il rebbe di Kotzk (Polonia, 1787-1859) affermano che in tutto questo periodo Aharon lo fece sempre con la stessa dedizione ed entusiasmo della prima volta. 

                Questo concetto è espresso anche da Davide nei Tehillìm (Salmi, 27:5) dove dice: “Una cosa ho chiesto all’Eterno ed essa chiederò, di dimorare nella casa dell’Eterno tutti i giorni della mia vita e di visitare il suo palazzo …”. 

                Perché è scritto “ho chiesto” al passato e “chiederò” al futuro? E ancora: qual è il significato di “visitare” dopo aver detto “dimorare”? 

                Davide sapeva qual era la grande impressione di colui che veniva per la prima volta alla casa dell’Eterno. Per chi dimorava in modo permanente nella casa dell’Eterno questa grande impressione diveniva naturalmente man mano sempre più debole. Per questo Davide implorava l’Eterno che i sentimenti che ebbe nella sua prima visita sarebbero rimasti gli stessi anche nel futuro. 

                Così i sentimenti e il senso di missione di Aharon per tutta la sua vita furono gli stessi come la prima volta. Non cambiò. 

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