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    Parashà di Vayshlàkh: Quando la diplomazia serve a evitare la guerra

    Al suo ritorno nella terra di Canaan il patriarca Ya’akòv doveva fare i conti con il fratello Esaù che vent’anni prima si era ripromesso di ucciderlo non appena il padre Yitzchàk sarebbe andato a miglior vita. In effetti Yitzchàk era ancora vivo, ma Ya’akòv venne a sapere che il fratello Esaù gli stava venendo incontro con quattrocento uomini armati al suo seguito. Un vero esercito per quei tempi. Cosa fece Ya’akòv? Nella Torà è scritto: “I messi tornarono da Ya’akòv, con dire: Ci siamo recati presso tuo fratello Esaù, ed anzi egli ti viene incontro con quattrocento uomini.  Ya’akòv temette assai, e fu in angustia; quindi divise in due schiere la gente che aveva con se, ed il bestiame minuto e bovino ed i cammelli. Egli pensò: Se Esaù assalirà l’una schiera e la percoterà, la schiera rimanente potrà salvarsi” (Bereshìt, 32: 7-9). 

    Rashì (Troyes, 1040-1105) commenta che Ya’akòv si preparò ad affrontare il fratello belligerante in tre modi: mandando dei ricchi doni, con la tefillà all’Eterno e, se tutto questo non fosse servito, combattendo. Da questo versetto i maestri imparano l’importanza di non mettere tutte le uova in un solo paniere. Nel trattato talmudico Bavà Metzia’ (107b) R. Yochanàn insegna: “Una persona divida sempre in tre parti le sue proprietà: un terzo nel raccolto di grano, un terzo negli uliveti e un terzo nei vigneti. 

    R. Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiìn ‘Illìt) in Hearòt ve-He’aròt (p. 37) commenta che  Ya’akòv come prima cosa si diede da fare per inviare doni al fratello e solo come seconda cosa si affidò alla preghiera. Questo perché in questo mondo bisogna cercare come prima cosa di risolvere i problemi in modo naturale e solo dopo con la tefillà, perché con la tefillà ci si basa su miracoli. La tefillà è  necessaria ma non prima di essere ricorsi a rimedi naturali. 

    R. Aharon Bentzion Shurin (Lituania, 1913-2012, Brooklyn) in Kèshet Aharòn cita r.Israel Schepansky che in Or Ha-Mizràch osservò che nella Torà l’ordine dei versetti è il contrario di quello elencato da Rashì. Prima si parla di guerra, poi di tefillà e solo alla fine di doni. Questo ordine dei versetti ci insegna che se Ya’akòv è forte ed è pronto a combattere, allora può cercare di rappacificare il nemico con dei regali, ma se Ya’akòv è debole anche i doni non servono. 

    R. Shimshon Refael Hirsch (Amburgo, 1808-1888, Francoforte) nel suo commento alla Torà (pp. 670-1) si sofferma sull’incontro tra Esaù e Ya’akòv e la sua famiglia. Nella Torà è scritto: “Pose le due ancelle e i loro fanciulli innanzi, Leà e i suoi fanciulli di dietro, e Rachèl e Yosèf ultimi. Egli poi li precedette, e si prostrò a terra sette volte prima di giungere presso a suo fratello.  Esaù gli corse incontro e l’abbracciò, e gettatosi sul suo collo lo baciò; e piansero” (ibid, 33: 2-4). R. Hirsch commenta che la parola “piansero” significa che Esaù fu sopraffatto da un’autentica emozione umana. Un bacio può essere un semplice gesto affettato; non così le lacrime che scorrono in momenti del genere. Le lacrime vengono dal profondo dell’anima umana. Questi baci e queste lacrime testimoniano che Esaù era anche lui nipote di Avrahàm. Esaù era più di un selvaggio cacciatore. Altrimenti come sarebbe stato possibile che i suoi discendenti (Roma) potessero arrivare a contribuire allo sviluppo della civiltà? La sola spada, la bruta forza non può realizzare una cosa del genere. 

    R. Hirsch conclude che Esaù abbandonerà gradualmente l’uso della spada. Sarà proprio Ya’akòv colui che offrirà a Esaù l’opportunità di mostrare in che misura lo spirito umanitario ha prevalso nel suo cuore. Quando colui che è forte rispetta i diritti di altri che sono forti, si tratta di semplice discrezione. Ma quando colui che è forte, come Esaù in questa circostanza, abbraccia il fratello più debole e rigetta l’uso della spada, è evidente che giustizia e spirito umanitario hanno prevalso nel suo cuore. 

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