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SPECIALE PESACH 5784

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    Pesach e 25 aprile: feste per celebrare la nostra libertà

    Quest’anno il 25 aprile, festa della Liberazione, cade durante la festa ebraica di Pesach che la tradizione chiama “zeman charetenu”, tempo della nostra libertà: il senso è lo stesso. Una coincidenza casuale, senza dubbio; ma è opportuno rifletterci. Perché questa data, in cui gli angloamericani conquistarono Milano nel 1945, si allinea con la liberazione da parte dei sovietici di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, con l’11 aprile in cui gli inglesi presero Buchenwald, i giorni successivi in cui furono liberati Flossenbürg, Dachau, Mauthausen Bergen-Belsen. La liberazione è innanzitutto quella dei deportati. La ragione principale per cui la sconfitta di Italia e Germania nel ‘45 fu qualcosa di più importante fine di una guerra come le altre sta proprio in questi nomi che ricordano l’industria criminale del genocidio nazifascista, di cui gli ebrei sono stati l’obiettivo principale, perdendo metà della loro popolazione. Vi è una somiglianza fra le determinazione del Faraone di eliminare gli ebrei 3.500 anni fa, con l’esodo e la conquista della terra di Israele che ne seguì, e il tentativo di genocidio in Europa, con la conseguente sconfitta del nazismo e il nuovo esodo che ha riportato i superstiti nella loro terra ancestrale. Ma questo aspetto della ricorrenza viene oggi spesso dimenticato, come si rimuove il fatto che la liberazione fu opera innanzitutto delle truppe alleate, di cui faceva parte organica anche la brigata ebraica. Da molti anni ormai il 25 aprile è stato ridipinto come una festa dell’estrema sinistra, mentre alla Resistenza parteciparono in maniera importante anche cattolici, monarchici, militari (e molti ebrei, circa il 10% dei partigiani). Oggi poi, per un paradossale rovesciamento storico, il 25 aprile è usato non per ricordare le vittime del nazisfascismo e chi vi ha davvero resistito, ma per celebrare i nazionalisti arabi che allora erano alleati del nazismo e oggi ne proseguono il programma politico antisemita. Si tratta di una menzogna storica inaccettabile, di uno sfregio alla memoria di chi davvero subì il nazifascismo e lo combatté. Per questo è importante che la bandiera della brigata ebraica torni in piazza, alla faccia di chi rimpiange oggi che Hitler non abbia “finito il suo lavoro”.

     

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